MARINA SALUCCI RACCONTA – LE STELLE DEL PRESENTE (1° PARTE)

La prima parte del racconto di Marina Salucci dal titolo Le stelle del presente, una storia d’amore con… l’amore che attrae sempre in ogni epoca!

Nella sera d’ottobre le stelle frizzavano chiare.

Lei pensava alla giornata nella baia, all’acqua del mare di cristallo, limpida limpida con le scaglie di sole. Un regalo fuori stagione.

Da sola.

Lui guardava i sacchetti di plastica stracolmi di cibarie e mercanzie. Il risultato di un giro al centro commerciale.

Da solo.

Lei guardò alla finestra e pensò che voleva essere un uccello dalle lunghe piume, per passare in mezzo alle stelle.

Lui si mise a sistemare gli oggetti che fuoriuscivano dai sacchetti, gli sembravano troppi e inutili, e pensava che era stato un pomeriggio da buttare.

Lei rispose con ritrosia al telefono che squillava e disse le solite cose alla solita amica. Mentre le diceva, e le arrivavano i soliti consigli, girava per casa e sistemava qualcosa qui e qualcos’altro là.

Lui telefonò al solito amico per non annegare e gli propose un’uscita serale. L’amico disse che purtroppo aveva un impegno. Si ritrovò con i sacchetti vuoti in mano e come un automa andò verso il secchio dell’immondizia, cavò fuori il sacchetto pieno, ne mise uno nuovo fiammante dentro.

Lei gettò via un fazzoletto di carta e vide che il sacchetto era pieno. Mentre pensava al mare limpido estrasse tutto e fece un bel nodo.

Lui si domandò perché era da solo, si guardò allo specchio e, come già sapeva, gli confermò che non era brutto, un sorriso accennato gli disse che poteva anche essere simpatico, e le esperienze lavorative lo confortavano con un buon quoziente intellettivo. Ma a che valeva. Tutto questo non riusciva a condividerlo.

Lei pensò che era un’altra sera da sola, e lo pensò con rassegnazione, e un sottile compiacimento per la tranquillità che l’aspettava. Certo, ogni tanto s’infiltrava la tristezza. Per quello che avrebbe potuto essere e non era. Inevitabile.

Mentre passava davanti allo specchio con il sacchetto in mano vide il suo viso e le parve bello, forse più che bello interessante, sì, decisamente interessante, ma chi poteva interessare se passava le sere lì dentro, con la coperta sul divano…

Lui prese il sacchetto, e si avviò fuori in ciabatte, tanto a quell’ora non c’era nessuno, pensò ad un altro amico ma poi si sentì ridicolo, dare fondo a tutta l’agenda, si sentì ridicolo anche ad avere comprato tutta quella roba, eppure per un attimo aveva placato il vuoto, il grande vuoto…

Lei uscì fuori con la tuta, così come era in casa, sulla pelle ancora il ricordo dell’acqua chiara, e intanto camminava verso il grande cassone pieno di rifiuti. Si girò a nord, cercò l’Orsa e la vide, bassa e pallida, poco sopra di lei.

Lui si accorse di lei quando il rumore del portone che si chiudeva lo richiamò dalla tristezza alla realtà. Una sera di ottobre periferico, silente già alle otto di sera.

Lei si accorse di lui mentre si voltò dall’Orsa al cassonetto. C’era un gatto che si aggirava, bianco, lento, nella strada deserta.

Lui ebbe un attimo d’esitazione a continuare verso la meta, perché voleva dire farsi vedere in ciabatte da quella vicina con cui non aveva nessuna confidenza. Ma constatò subito che non c’era alternativa.

Avanzò nella luce fioca delle lampade arancioni.

Lei gestì bene il suo disagio nel prendere consapevolezza di una macchia di sugo sulla tuta e camminò fino alla pancia metallica a ruote, ricolma e strapiena di pacchi, debordante di bucce di frutta e fondi di caffè. Vado e butto, della macchia chi se ne frega. Del resto anche lui è in ciabatte, notò.

Lui arrivò per primo, fece il fatidico gesto col piede, e la grande pancia si aprì. Ma non c’era un buco libero manco a pagarlo, dove avrebbe buttato quel pacco immondo, non sapeva, eppure voleva far presto perché lei stava arrivandogli addosso.

Eccola già lì: si fermò ad aspettare che lui risolvesse il suo problema, capendo che dopo le sarebbe toccato di fare altrettanto, magari l’avrebbe depositato a lato se non c’era alternativa, mica aveva voglia di mettersi a pressare spazzatura.

Lui continuava, lei era lì ferma.

Lui capì che qualcosa doveva pur dire, e disse:- Mi scusi, ma non si sa dove metterlo.

Mentre parlava la guardò e ne vide gli occhi celesti, dove andavano a finire i riflessi della luce arancione. Pensò ai pacchi che aveva ammassato, e vicini a quegli occhi cielo-lampada gli davano una fitta allo stomaco.

-Si figuri, disse lei, faccia pure, non ho fretta.

Lui si diede da fare e riuscì a infilare il suo carico… E ora?

Certamente doveva aiutarla, certamente…

-La posso aiutare, dia a me, ormai mi sono sporcato le mani…

-Grazie, disse lei e lo guardò con lo stesso stupore con cui guardava le stelle e gli uccelli dalle lunghe piume. Era un uomo, era carino, era gentile, le prestava attenzione. Uscito fuori dal cappello di una sera che non aveva mai promesso nulla.

Lui si mise ad armeggiare e mentre pigiava nella grande pancia gli prese una certa smania, pensava devo dire qualcosa, qualcosa devo ben tirar fuori, altrimenti la conversazione cade, qualsiasi cosa ma la conversazione non deve cadere, voleva parlare con quella donna, quella donna dagli occhi cielo-lampada.

Il pacco entrò nel cassonetto.

Lei ringraziò, lui si sfregò le mani.

-Fa ancora caldo, disse, per essere ottobre, vero?

Sapeva di aver detto una banalità, ma non gli era sovvenuto altro.

Anche lei se ne accorse, ma capì che quell’uomo aveva voglia di parlare con lei, e questo le piaceva. Ma non avrebbe replicato con qualcosa di banale.

-Certo, e guardi, guardi che stelle stasera, pare che il caldo non le sfiori neppure…

Lui rimase a sentire l’eco di quelle parole. Le stelle. Aveva parlato di stelle.

Un conto è dire che fa caldo, decisamente un altro conto è parlare di stelle, ergersi fin lassù, in alto nel cielo.

Pareva avere coraggio, quella donna cielo-lampada.

-E’ vero, ci sono stelle bellissime, in queste sere mi incanto a guardarle. Piace anche a lei?

-Moltissimo, rispose, pensi che ho fatto anche un campo astronomico.

Lui allora prese a far domande, sul luogo, sulle stelle, e su quel che gli veniva in mente, in modo che il loro dialogo si intrecciasse ancora nell’aria, senza finire e cadere a terra, altrimenti era la fine, altrimenti le parole si sarebbero mescolate alle bucce di frutta al suolo, e loro due di nuovo chiusi in casa… Voleva ancora quelle parole perché gli facevano dimenticare le provviste del centro commerciale, che potevano sfamarlo per un mese, la casa zeppa d’inutilerie, e il vuoto, il vuoto che era dentro, più grande della pancia metallica. Ora c’era davanti a lui una persona viva, piena di stelle, e stavano parlando.

Il gatto bianco era ancora lì, si strofinò nelle gambe di lei coperte dalla tuta pervinca, e non se ne andava.

Lei si chinò a farle una carezza.

Lui fu per un attimo indeciso se passare dalle stelle ai gatti, ma non gli parve una buona idea.

-Ah, che meraviglia, mi è sempre piaciuto fare un campo astronomico, ma non ho mai avuto l’occasione. Io guardo il cielo dalla mia finestra, dall’altro lato, dove non ci sono luci e qualcosa si riesce a vedere.

La guardò e sorrise. Vicino a lei le sporte del centro commerciale erano diventate tutte vuote. E gli pareva che si potessero riempire di stelle.

Anche lei sorrise. Quell’uomo aveva uno sguardo fondo, uno sguardo sincero.

-Che fortuna, disse, io non ho nessun vano dall’altro lato. Tutti di qui, con questo ponte gigante, con queste lampade gialle, buone solo per i pipistrelli. E per qualche gatto temerario.

Lui rise, lei rise anche e intanto pensava che bello se mi invitasse su da lui, dall’altro lato del palazzo, in mezzo alle stelle, eviterei di pensar d’essere un uccello dalle lunghe piume, sei in ciabatte ma hai un sorriso ricco di emozioni, uomo… se mi invitassi…

Lui guardò il ponte altissimo, con lunghi tentacoli che da tempo si erano abbarbicati alla città, e le lampade gialle. Capì che doveva osare, altrimenti la serata sarebbe stata un enorme sacchetto di nylon frusciante. Altrimenti il giorno dopo sarebbe stato nuovamente un grande contenitore di merci. E i ponti avrebbero invaso tutta la città con il loro cemento aggressivo.

-Magari… magari se le fa piacere, se crede… potrebbe venire a vedere, magari uno di questi giorni…

Lei lo guardò quasi divertita. Era così teneramente goffo, così tranquillizzante…E la solitudine da tempo la copriva come un velo sottile.

-Beh, di giorno le stelle non si vedono.

-Ah, rise lui, che sciocco, ma certamente, facciamo una di queste sere, anzi… anzi.. perché non viene ora, magari prendiamo un caffè?

Lei rispose:- Beh, perché no, un caffè e due stelle, e la battuta le piacque.

Lui aggiunse con gli occhi che gli brillavano: Ah, ne vedrà ben di più, ho anche il telescopio, e cominciò a fare strada.

Lei disse: Io mi andrei a cambiare la tuta, ho notato che…

Lui propose:- Le prometto che non mi cambierò le ciabatte se lei non si toglierà la tuta.

continua

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: