I racconti di Marina Salucci – Corrispondenze

In questo racconto della serie di appuntamenti con Marina Salucci l’autrice ci parla della difficoltà di comunicazione nei rapporti, rifacendosi a Baudelaire e al mondo dei simbolisti che parlavano appunto di simboli e corrispondenze nella realtà

CORRISPONDENZE
– Guarda, le disse lui, e per esortarla le tirò un poco la manica della giacca. Sembrava impaziente.

– Guarda che cosa? chiese lei, lievemente infastidita.

– Là, guarda lassù, e indicava in alto, sul lato sinistro della piazza. Sopra il tetto del teatro.

Alzò lo sguardo. Guardò. Cercò qualcosa di strano, insolito, ma era tutto come sempre. Il teatro, il tetto e tutto il resto. Così le pareva. Intorno il caldo e il traffico, la confusione, uguali anch’essi. Si girò verso di lui.

– Perché devo guardare? chiese ancora. Era sudata.

Lui si fermò. L’espressione delusa. Si spostò solo quando un mezzo sferragliante gli passò vicino.

– Per vedere, disse poi, è per questo che si guarda. Alzò di nuovo il braccio, stese la mano, e la fece oscillare lentamente, a comprendere una bella porzione del tetto del teatro. E del cielo.

– Vedere, disse lei secca, vedere che cosa… E l’espressione diceva: tu ti consideri superiore ma sei solo un visionario pieno di sé.

– Quello che ho visto io, e l’espressione diceva: io vedo e tu no, perché sei una superficiale irrecuperabile.

Scese il silenzio. Lui fece qualche passo nella pedonale della piazza, come per andarsene, poi nuovamente si fermò. Il sole era alto, i vapori salivano dal lastricato: venne al dunque.

– A volte, fra le cose, si creano analogie misteriose, legami nascosti, fili impercettibili… ma…

Attese una domanda, un’esortazione, che non vennero.

– Ma stupendi, commoventi, vibranti. Guarda.

E questa volta sembrava una preghiera.

Allora lei alzò lentamente il viso, gli occhi percorsero i muri caldi, arrivarono al tetto, vide la solita statua monca, il prisma a punta, e il lampione punzonato contro i piccioni. Trovò ciò che aveva previsto. Niente.

– Hai visto?, chiese lui con un po’ di speranza.

– No, rispose lei senza alcuna espressione. Che cosa avrei dovuto vedere? e pareva pronta a demolirlo.

– Là sopra, quel cielo esplode, e le cose non sono lì vicine, per caso: il lampione, la statua, la torre… No, qualcosa le lega: corrispondenze silenziose, vive, regali. Forse, oltre a guardare, dovresti sentire. Sì, sentire. Tutto ciò è commovente e… bellissimo. Prova.

– E ti prego, riprese, non cercare i rapporti consueti: causa, effetto, logica, no, no…

– E che cosa, allora?

– Te l’ho detto: corrispondenze.

Lei non guardò più.

– Qualcosa del genere è già stato detto: corrispondenze, foreste di simboli, sincronicità… Baudelaire, ad esempio, ma se vuoi ti posso citare anche Pa…

– Oggi l’ho detto io, tagliò risoluto lui e si toccò il petto, è da qui che viene ciò che ho detto. Anche fra qui e lassù c’è una corrispondenza. Chi guarda prima o poi vede. E sente. E si arriva alle stesse intuizioni. Ma nessuno copia. Ciascuno percorre una strada diversa.

– Uhm… fece lei non convinta.

Lui guardò ancora in alto: marmo, bronzo, visi, e cielo, cielo a mille. Come si poteva intessere tutto ciò con le parole?

– È difficile parlarne. Sono intuizioni, te l’ho detto. Flash, lampi, palpiti, non c’entra la parola.

Aprì la mano e se la mise sopra il plesso solare.

– Ah, fece lei con aria di sufficienza, flash, lampi, palpiti, chakra magari, vero… Poi indicò il tetto del teatro antico in cui echeggiava il nome del monarca. – Lassù, riprese, altro non vedo che tre oggetti. E indicò perentoria con la mano, e rimase per un po’ con il braccio teso, in silenzio di sfida. Aspettò una replica, secca probabilmente, arrabbiata magari. Le dinamiche erano consolidate. Ma la replica non ci fu.

Si voltò. Lui non c’era. Trasalì. Lo cercò con lo sguardo e lo vide in fondo alla piazza, che camminava lento, come se non avesse una meta se non quella di allontanarsi. Lo chiamò, sempre con il braccio teso, e sventagliando la borsa. Lui non rispose. Rimase lì, impietrita, con il braccio fermo e monco.

Sopra c’era il cielo. Lui sparì, mentre continuava la sua camminata blanda.

Il giorno cedeva alla sera. Le luci cambiavano velocemente e il vento del vespro muoveva l’aria.

Lo sguardo le andò in alto, a lambire ciò che stava sul tetto. Guardò. A lungo. Il dolore e l’allucinazione la rendevano inerme, senza più difese.

Così, oltre a guardare, vide.

La commozione della bellezza le attirò una mano sul plesso solare.

Ma a lui, a lui non avrebbe potuto dirlo più.

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