I racconti di Marina Salucci – La chiara favola di Gufo Morbido

Un nuovo racconto a firma di Marina Salucci, “La chiara favola di Gufo Morbido”, una favola che diventa metafora sulla ricerca di se stessi e del coraggio di esserlo:

LA CHIARA FAVOLA DI GUFO MORBIDO

A tarda ora, nel silenzio notturno, Gufo Morbido si adagiò sul solido ramo d’olmo, l’olmo che aveva scelto come sua dimora sin da quando i suoi genitori erano volati via da questo mondo. Appena il primo chiarore si levò dal monte, sentì la gioia sciogliergli il cuore, pervadergli le piume ed ancora una volta capì che aveva fatto la scelta giusta.

In poco tempo il bosco fu un lago di luce senza più misteri, ma lei, non paga, continuava a salire, a salire, e più saliva più la luce dilagava, lisciava le foglie delle querce, i nidi degli uccelli, buttava argento sul ruscello, stanava scoiattoli e talpe…

Eccola, sentiva su di sé la luce, e si beava del suo sguardo chiaro… Sì, sì, era proprio così, lo stava guardando, guardava proprio lui, non era forse lui che da anni la attendeva ogni notte che a lei piaceva girare nel cielo, non era forse lui che ascoltava i suoi silenzi, carpiva i suoi stati d’animo, decifrava le sue ombre e le sue luci, la sua magia…

E la notte della pienezza, quando a lei piaceva mostrarsi tutta intera, senza più misteri, non era forse lui che s’appostava sull’olmetto, e stava lì, lì solo a guardarla…

Meravigliosa notte! Lei si donava al mondo in tutto il suo splendore. Per Gufo Morbido il mondo era il bosco, aveva visto ben poco d’altro, ma intuiva che oltre alle casupole dei contadini che s’avvistavano dal suo olmetto c’era ancora qualcosa. E sapeva che la luce che s’alzava da dietro le colline, arrivava anche là, inondava e dilagava tutto e su tutto, generosa come l’acqua che scende dal cielo.

Era stato suo nonno, Gufo Candido, che glielo aveva insegnato. E lui aveva imparato subito. Una sera l’aveva chiamato in disparte, e l’aveva invitato a volare con lui sino al pianoro degli olmi. E quando erano tutti e due comodi sul ramo più alto, Gufo Candido gliela aveva mostrata.

La Luna! Magnifica tonda faccia di luce, esclamò il nonno, lassù, lassù, medaglia splendente, sentinella chiara della notte, hai mai visto niente di simile, Gufo Morbido, no, no, non c’è niente di più fulgido, ascolta, ascolta, ci sta parlando…

Il piccolo gufo si mise in ascolto, tese le sue orecchie verso la luna…Ma soltanto i discreti rumori del bosco arrivarono alle sue orecchie.

Non sento nulla, nonno.

E Gufo Candido sorrise. – Ma no, ma no, non è con le orecchie che la devi ascoltare, è con gli occhi…Con gli occhi e… con le piume.

Allora Gufo Morbido provò ad ascoltare. Se avesse potuto piangere senz’altro l’avrebbe fatto, perché quella sera si commosse come mai aveva fatto prima. Quante cose gli disse la Luna…Con quel suo grande faccione chiaro, con quelle sue sottili melanconiche macchie, con quel suo salire, salire, parole mute, parole non dicibili, ma Gufo Morbido ascoltò tutto, e tutto capì… e suo nonno se ne accorse.

E così, ogni sera, quando lei era in cielo, anche se si mostrava solo con un piccolo spicchio di luce, se ne andavano a guardarla.

Soli, vicini, piuma con piuma, in silenzio. Ascoltavano la luna.

E la luna parlava. Guardava e parlava.

Ricordava bene, Gufo Morbido, erano ricordi nitidi in lui come la luce che si levava, ricordava ogni sera, ogni sera in cui lui e il nonno si erano seduti lì, proprio dove lui stava adesso.

Stavano lì per ore, incantati, a guardare e ascoltare, mentre il bosco diventava un lago di luce ed ombre, e le foglie trascoloravano e presenze arcane danzavano intorno alle querce maestose e chiare.

Al ritorno, quando il giorno avanzava lento, tornavano in soffice volo, e le parole fluivano come l’acqua, le ricordava tutte, tutte quante, ognuna piccolo pezzo di verità e di pace.

Ricordava la sera in cui chiese al nonno:- Perché mio padre, Gufo Forte, non vuole che si vada a guardare la luna, che cosa c’è di male in questo, nonno?

– Nulla, io credo, ma così non è per lui.

– Credo che lui non mi voglia bene, altrimenti non sarebbe così in collera con me soltanto perché mi siedo su un ramo d’olmo a guardarla.

– Oh no, non è così, piccolo Gufo, non è proprio così. Tuo padre ti ama moltissimo, così come tu ami lui, così come io lo amo…Ma siamo semplicemente diversi. Capita spesso con le persone che si amano. E quando capita è più difficile, perché è proprio l’amore che fa deviare. Tuo padre fa così perché vorrebbe che tu diventassi un reale gufo fiero sotto i cui artigli cadono le prede, temuto come lui da tutto il bosco, questo è ciò che vorrebbe tuo padre per te, poiché crede che questo sia il tuo bene…

Ricorda, piccolo gufo: è facile adirarsi con chi si ama. Tempo fa io lo incitavo a guardare la luna, così come ho fatto con te, perché credevo che questo potesse essere il suo bene…ma poi…

– Ma poi, sollecitò Gufo Morbido…

– Ma poi ho capito che era solo il mio, che eravamo diversi…

– Anch’io sono come te, nonno, disse fiero Gufo Morbido.

– Sì, piccolo gufo, ma ricorda, noi non siamo migliori o peggiori. Siamo diversi.

– Diversi…ripetè piano come per capire meglio.

– Ma allora, allora nonno, è per questo che gli altri gufi ci scherniscono, ci deridono, è perché siamo diversi?

– Sì, è per questo. Chi è diverso è sempre schernito.

– Perché, nonno, chiese Gufo Morbido con il cuore gonfio di sdegno.

– Perché mette in discussione le certezze, piccolo gufo, e questo non fa mai piacere a nessuno.

– Questo è profondamente ingiusto, nonno, io mi ribellerò, io…

– Tu non farai nulla di tutto questo, piccolo gufo. Ora cercherò di spiegarti meglio.

Vedi, da quando il grande creatore ha messo la luna in cielo ed i gufi nei boschi, essi sono predatori, rapaci cacciatori di avicole, topi, uccelli. I gufi hanno gli artigli, lo sguardo fiero, il becco aquilino e i loro occhi che brillano torvi incutono timore. E fanno i cacciatori. Nessuno ha mai discusso su questo, e la società dei gufi è andata avanti così dai tempi dei tempi, senza che nulla turbasse questo modo di essere.

Si fermò.

– Hai capito? Chiese poi.

– Sì, ho capito, disse Gufo Morbido triste. Ma non è giusto ugualmente. Se noi consentiamo loro di essere ciò che sono, perché anche loro non ci lasciano liberi?

– Oh, piccolo gufo, perché noi miniamo le loro sicurezze, con la nostra diversità indichiamo nostro malgrado un’altra strada, un altro modo di vivere nel bosco, guardando la luna e beccando quello che capita, questo li riempie di incertezza, forse di paura, e così reagiscono con scherno…E’ sempre stato così.

– E’ sempre stato così…ripetè molto triste Gufo Morbido.

Poi aggiunse:- E che cosa dobbiamo fare allora, nonno?

Gufo Candido dondolò un po’ il becco e le piume oculari, poi sorrise:- Nulla, piccolo Gufo, dobbiamo continuare ad essere semplicemente quello che siamo. Non abbiamo altra scelta.

-Perché nonno? Non sarebbe più semplice smettere di guardare la luna? In fondo, l’hai detto anche tu, è dai tempi dei tempi che i gufi artigliano i…

Gufo Candido l’interruppe:- Ricorda, figliolo: è più facile affrontare lo scherno, a volte la collera cieca degli altri, che rinunciare a ciò che si è. Quello che sei non ti abbandona mai, e se tu abbandoni te stesso la tua coscienza ti si parerà sempre davanti e ti dirà:- Gufetto, ma che stai facendo, quali strade straniere hai percorso?

E tu, che cosa le dirai, le potrai forse dire che hai preso altre strade per accontentare gli altri? No, piccolo gufo, lei non sarà paga di questa risposta…

Gufo Morbido pensò tanto a quelle parole, e più le pensava, più gli parevano perfette. Certo, non sarebbe stato facile, ora sapeva che c’era un prezzo da pagare, ma avrebbe continuato la sua strada, avrebbe continuato…

Ed era proprio quello che aveva fatto. Ancora lì sull’olmetto forte, ancora lì ad aspettare la luna.

Era stato difficile, quando il nonno aveva fatto rotta verso il cielo infinito e l’aveva lasciato solo. Sì, era stato molto difficile, ma non c’era stata altra strada. Ed era ancora lì, sotto quella luce che aveva segnato la sua vita, calamita lattiginosa nel cielo, che attirava tutto a sé, mari, piante, animali e uomini… Sì, aveva sentito dire che anche gli uomini, gli abitatori delle casupole da cui arrivava il fumo, si incantavano alla sua luce, ed alcuni riuscivano a disegnare i loro pensieri con piccoli segni, a renderli eterni.

Anche lui avrebbe voluto fare altrettanto, ma aveva solo artigli e becco, come avrebbe mai fatto, poteva solo ammirarla, ammirarla ed ascoltarla, oh sì, questo l’aveva fatto , e lei gli aveva parlato, gli aveva parlato ogni volta che era comparsa.

Ed anche quella notte Gufo Morbido la passò sull’olmo, fermo e rapito, ad ascoltare.

Poi, quando lei se ne andò, calò improvviso un nero silenzio. All’improvviso, si sentì molto triste. Intorno il bosco buio e silenzioso gli sembrava una landa deserta. Non c’era nessuno, da nessuna parte che lo aspettava. Gufo Morbido si sentì solo. Sì, decisamente Gufo Morbido si sentì molto solo.

Passarono di lì alcuni allocchi, in coppia, ridacchiando alle sue spalle. Altre volte l’avevano fatto, ma quella notte le loro burle lo colpirono come frecce.

Un dubbio feroce arrivò al cuore di Gufo Morbido:- E se avessero ragione loro, loro e tutti gli altri uccelli del bosco, se la vita non fosse questa, ma la loro, spesa ad inseguire i ratti ed appagarsi di questo? Come posso dire di avere fatto il giusto, se dopo tanti anni sono qui, solo e triste, sopra a questo albero?

Così pensava, e reclinava il capo sconsolato, mentre il dubbio diventava sempre più lacerante.

Gli altri uccelli avevano chi li aspettava nel nido, mentre lui…mentre lui…aveva il nido vuoto e freddo.

Ad un certo punto sentì un rumore provenire dall’acero a fianco. Sorpreso, si girò.

Sembrava un uccello. Gufo Morbido guardò meglio e vide che era un gufo, poi guardò ancora meglio e vide che…sì, vide che era una piccola gufa lattea, dalle penne lucide, con una delicata macchia bianca sulla fronte. E lo guardava.

Lo guardava con dolce sguardo, per nulla stupita, uno sguardo tenero che assomigliava a quello della luna.

Gufo Morbido, senza quasi pensarci, volò sul ramo d’acero, accanto a lei.

– Che cosa fai qui, piccola gufa? le chiese.

– Io sto qui ogni sera, Gufo Morbido, e guardo la luna.

– Tu…tu…anche tu…la sorpresa, la commozione, la gioia tolsero a Gufo Morbido ogni parola.

– Sì, anch’io. Da tanto tempo ormai, da quando i miei genitori me l’hanno insegnato, laggiù nel piano dei castagni. Ma poco tempo fa ne hanno tagliati alcuni ed allora ho scelto questo acero.

– I tuoi genitori? Sono stati loro che ti hanno mostrato la luna?

– Sì, i miei genitori, Perché lo trovi così strano?

– Perché mio padre mi diceva che è meglio guardare la luce del sole, aperta, coraggiosa e schietta, e non quella della luna, malinconica e pallida.

Piccola Gufa rideva.

– Perché ridi, piccola gufa?

– Perché è molto buffo, quello che mi hai detto…La luce del sole e quella della luna sono la stessa cosa…I nostri occhi si brucerebbero a guardare la luce del sole, forse per questo essa si riflette, in modo più delicato, sulla luna. Perché noi la possiamo guardare. Perché noi ci incantiamo a guardarla…Vedi, tu e tuo padre, volevate la stessa cosa.

La stessa cosa, pensò in silenzio Gufo Morbido, toccato nel profondo da quelle parole. Se lo avesse creduto possibile, gli sarebbero sembrate ancora più sagge di quelle di Gufo Candido.

Ad ogni modo le trovò dolcissime.

Fu quello che gli diede il coraggio di alzare l’ala, sebbene dapprima timidamente e lentamente, e di posarla sopra alla spalla di Piccola Gufa.

Lei continuò a ridere, e a dire cose dolci.

Insieme, guardarono la luna ogni sera.

Insieme, guardarono la luna per tutta la vita.

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