I racconti di Marina Salucci – L’altra città (quarta e ultima parte)

Quarta e ultima parte del racconto “L’altra città” di Marina Salucci con l’atteso colpo di scena finale, prima parte : https://limonte.news/2020/06/06/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-prima-parte/

seconda parte : https://limonte.news/2020/06/15/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-seconda-parte/

terza parte : https://limonte.news/2020/06/23/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-terza-parte/

-Poiché vedi, cara, riprese prendendola con garbo sottobraccio e portandola più vicino alle antine e poi verso un armadio che aprì e dal quale trasse pezzi di un materiale lucentissimo e trasparente posto su piccoli cavalletti, poiché vedi, cara, ora non è più un sogno, ora è vero.

Isolina sbarrò gli occhi, incespicò un poco cercando un appiglio, lo trovò in una poltroncina nera subito dietro di lei, vi affondò guardando lo zio che continuava con quel suo sorriso beato e diceva che oltre ad essere in tutto simili a quelli veri i diamanti plastici erano anche economici…

Forse farà parte della terapia, pensava Isolina, senz’altro sarà parte della cura, ma una sottile venatura di dubbio e di paura le era ormai entrata dentro, cercava di sorridere, ma lo sguardo dello zio le terapie i metodi le ossessioni la pazzia la realtà le si intricavano in testa senza che riuscisse a trovare una zona chiara, dove vi fossero criteri, paletti di confine per separare qualcosa da qualcos’altro.

Ora parlo alla signorina, ora me lo deve dire, pensava, mi deve spiegare questo metodo, mi…

La signorina entrò nuovamente preceduta da un delicato bussare, si avvicinò al signor Walter Badini e gli disse che i dettagli li avrebbe sistemati lei, d’accordo, quello che non le era ancora chiaro era se anch’egli avrebbe partecipato alla riunione o no, insomma voleva ragguagli sul da farsi, pareva leggermente preoccupata e palpabilmente irritata e lanciava vibranti occhiate ad Isolina.

Non può, non può, pensava Isolina, un metodo arrivare ad un tale livello di aberrazione. Fino a dove si spingeranno, fino a dove…

Forse è pazza anche lei, forse qui i pazzi hanno carta bianca, hanno cacciato dottori e psichiatri, quelli che davano loro le etichette ed ora, da soli… da soli… non sono più…

O forse non lo erano mai stati, semplicemente un intrecciarsi di situazioni personaggi ambienti li avevano resi tali, ma solo paragonati a qualcosa di vago ed indefinibile, esistente solo negli occhi e nella mente degli altri…

E le due ipotesi le sembravano equivalere, assomigliare a tante altre che si potevano avanzare ed intanto guardava la scrivania, il computer, così uguali agli attrezzi degli uffici dell’altra città, quella fuori dal muraglione, quella così certa e sicura di sé, della propria indiscutibile verità…

I due continuavano a parlare ma non si trovavano d’accordo, poi lo zio disse che rinviasse tutto, tutto a domani.

La signorina contenne a malapena la sua disapprovazione.

Lo zio intanto guardava la nipote, così smarrita nel suo garbato rayon rosa, i capelli che le erano usciti dal nastro, quasi sdraiata sulla poltroncina nera.

-A meno che, disse poi, a meno che…

Le due donne si bloccarono per attendere la fine del discorso.

-A meno che non venga anche Isolina…

La signorina questa volta non riuscì proprio a contenere nulla.

-Mi permetta, Badini, disse con tono secco e deciso, mi permetta di farle notare che sarebbe meglio rinviare, non so proprio se i pubblicitari…

-I pubblicitari, i pubblicitari, replicò lo zio, figuriamoci se possono condizionarci, il cliente siamo o non siamo noi? Ridacchiò un poco… E che cliente…aggiunse. Figuriamoci se si permettono. E poi, (avanzò verso la nipote e le mise una mano, con dolcezza, sulla spalla) lei ha studiato marketing e comunicazioni di massa, era bravissima.

Isolina sentì, a quelle parole, un riemergere di tempi e di sogni andati, un qualcosa che credeva per sempre sepolto riaggrovigliarsi dentro. Ricordò l’offerta dell’agenzia di una importante città del nord, il suo tergiversare, il matrimonio, le pressioni della famiglia e del marito. Soltanto lo zio era dalla sua parte. Ma non era stato sufficiente. Alla fine, stremata, aveva rinunciato. Quanto, quanto era stato difficile…

Ma lo zio continuava:- Mi ricordo che eri molto in gamba, scommetto molto più di questi quattro scioccherelli che si fanno chiamare creativi, chiedono un sacco di soldi e non mi hanno ancora trovato qualcosa di decente per il lancio dei miei diamanti plastici.

Si fermò a contemplarli, fermi e lucenti nelle antine del mobile.

Splendevano come i diamanti ed anche se non lo erano, che importava, pensò per un attimo Isolina…anche se non lo erano avevano la luce del sogno… Anche se non lo erano era proprio come se lo fossero…

-Cara, riprese lo zio con voce ferma e suadente, cara, desidero che tu venga.

Isolina guardava ammutolita, non riusciva a mettere insieme due parole.

Andare, andare a quella riunione?

Forse era meglio uscire, correre, ritornare a casa, prendere il treno finchè era in tempo, veloce veloce nell’altra città, che forse era sgradevole, ma fino ad allora le era sembrata più tranquillizzante, che fino allora aveva creduto l’unica possibile…

Isolina si alzò. Guardò lo zio negli occhi dicendo senza convinzione che non poteva attardarsi più di tanto, doveva pur prendere l’ultimo treno.

Walter Badini sorrise, andò a sedersi calmo alla sua scrivania, dove il suo nome, preceduto dal titolo “Director”, spiccava in nero su di una targa di vetro (ma era vetro?) luminosissimo.

-Cara, non sei obbligata a prendere il treno stasera. Puoi andare via domani, domani o fra qualche giorno…con tuo comodo, insomma.

Si fermò e lanciò ad Isolina uno sguardo d’intesa.

-Io credo che tu saresti la persona giusta per la campagna di lancio dei miei prodotti. Anzi, ne sono sicuro. Potresti coordinare tutto il gruppo. La guardò con un sorriso che sprizzava entusiasmo. –E poi, aggiunse, non è sempre stato il tuo sogno?

Colpita da quelle parole Isolina si sedette nuovamente e si lasciò sprofondare nella poltroncina nera, appoggiò il capo allo schienale e chiuse un attimo gli occhi.

Sì, era sempre stato il suo sogno. Un sogno abbandonato, e quell’abbandono faceva ancora male.

Certo, sarebbe forse stato saggio cercare ci capire un po’ di più, ma ormai lo sapeva, lo sapeva

che non vi sarebbe riuscita…E cominciava a pensare…cominciava a pensare che non fosse neppure la strada giusta…

E in fondo, che differenza faceva?

Lo zio le offriva un lavoro che aveva desiderato per anni. Era poi così importante se fuori c’era un’altra città, tante altre città che negavano la realtà a quella in cui lei si trovava ora?

Una volta varcato il lungo muro di cinta tutto diventava vero. E tutto sembrava magnificamente possibile….

Lo zio andò a prenderla sottobraccio. –Vieni, cara, ti faccio vedere il materiale.

Isolina si lasciò trasportare, sul volto l’espressione di paura era scomparsa e pian piano cominciò a prenderla una curiosità un’eccitazione di vedere di sapere di fare. Negli occhi aveva i riflessi delicati del sole e quelli abbaglianti dei diamanti. Forse davvero i colori del sogno…

Lo zio, con un’espressione ammiccante, le parlava di strategie, di modalità, di disegni, faceva battute ed a lei venivano già in mente idee.

Poi si fece serio e si sedette alla scrivania.

-Cara, immagino che tu non abbia bagaglio: poi mi dirai che cosa ti occorre per la tua permanenza. Per stasera, per domani, per…

L’ultima parola, Isolina, non la sentì. S’era tutta infervorata a quel suo nuovo incarico.

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