I racconti di Marina Salucci – L’altra città (terza parte)

Terzo appuntamento con “L’altra città” di Marina Salucci, potete leggere la prima parte qui: https://limonte.news/2020/06/06/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-prima-parte/ mentre la seconda è qui: https://limonte.news/2020/06/15/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-seconda-parte/

Che cambiamento, che metamorfosi…Negli occhi aveva ancora le camicie discinte, i gilet stropicciati degli ultimi tempi trascorsi a casa, la smorfia della bocca angustiata dalla sofferenza, gli occhi tesi non si sapeva dove…

Che dire che fare pensava Isolina, già era difficile comportarsi con un pazzo, figuriamoci con un pazzo che non pareva tale, che sembrava una persona come tante altre, che si alzano alla mattina, si vestono con cura e vanno al lavoro, si siedono alla scrivania e guardano le loro carte, parlano, ridono, si arrabbiano, mentono, amano, così tutti i giorni, tutti i giorni finchè…

Incredibile l’efficacia del metodo di cura, chissà quale mente l’aveva ideato, questi malati trattati da sani, lo zio messo lì ad una scrivania, con chissà quali pratiche inventate, ma che importava, l’importante era evidentemente che si sentisse utile, attivo.

Chissà quanto costa tutto questo, che dire che parole scegliere, mentre il verde pieno dei suoi occhi incontrava quello vitreo dello zio, il sorriso dello zio gliene suscitava uno un po’ impacciato, il “ciao” caldo ed entusiasta dello zio si sovrapponeva al suo, timido e basso di tono.

Lo zio le andò incontro con un sorriso smagliante, aprendo le braccia verso di lei.

Si sentì abbracciare, baciare, dire che stava proprio bene in quel rayon rosa, che aveva un ottimo aspetto, mentre lei cercava di sforzarsi per contraccambiare almeno un poco di tutto quell’entusiasmo.

-Come sei bella, questo taglio ti calza a pennello, quanto mi fa piacere vederti, vieni, siediti, cara…

Lei lo guardava come intontita, mentre il sole che se n’andava si posava sui suoi occhi ed accresceva il disagio senza che se ne rendesse perfettamente conto.

Lo zio s’alzò e tirò giù una elegante tendina di pizzo bianco, un tocco di classe in quella stanza-ufficio ultramoderna.

La sistemò con cura e tornò da lei. Sorrise ancora guardandola, lui che mai aveva fatto caso ad un suo capo d’abbigliamento, poi iniziò:- Cara Isolina, non guardarmi così, sono sempre io, lo zio Walter, sono sempre ancora di nuovo io, ti capisco, cara, mi vedi qui dentro, e probabilmente così diverso…Ma dimentica la pazzia, l’ospedale, dimentica tutto, siamo tu ed io. Ed io sto molto bene, ora, lo vedi Isolina. Spero che anche tu stia bene. Siediti, cara, l’incubo è finito, siediti, lo vedi, possiamo parlare e stare insieme tranquilli, come tanto tempo fa, ti ricordi, eh, ti ricordi…Bene, ora è come prima, meglio di prima, ora io sto bene.

Ricordava, Isolina, ricordava. Il suo legame con lo zio, tutto ciò che li accomunava e li rendeva così simili agli occhi altrui. Sin da bambina le dicevano è tutta lo zio Walter e lei ne era contenta. Quello zio era così simpatico e burlone, non si curava di ciò che doveva fare per forza di convenzione, era aperto e libero, la faceva giocare e divertire come a lei piaceva. E poi, più grandicella, le veniva spontaneo narrare a lui le emozioni dei primi amori, poiché trovava comprensione amorevole ed orecchie attente ai problemi, sorrisi aperti alla sua gioia, anziché divieti e sguardi di disapprovazione.

Ed anche l’idea di lavorare in pubblicità, dopo la laurea, era stata approvata soltanto dallo zio, gli altri tutti contrari. In una famiglia da secoli dedita al commercio la sua era stata, dopo la scelta dello zio di dedicarsi alla chimica, la formulazione d’intenti più deprecata. Tanto deprecata che Isolina vi aveva rinunciato al primo ostacolo: il matrimonio.

E ora guardava lo zio come in sogno, mentre tutte le passate emozioni le sfilavano addosso. Ma sì, era sempre di nuovo ancora lui, con il suo entusiasmo contagioso, cominciava a sentirlo, non doveva pensare che dire che fare, doveva semplicemente dire e fare come allora, come prima che…

-Zio, come sono contenta che tu stia bene! disse Isolina aprendo le braccia e restituendogli un caloroso abbraccio. Poi lo guardò come se lo vedesse per la prima volta…Davvero stava bene, sembrava in ottima forma, davvero era guarito, avevano proprio scelto bene, che metodi, che metodi innovativi…

-Ma allora, ma allora, continuò concitata, allora se stai bene puoi tornare a casa, puoi…

Lo zio la fermò con un gesto della mano, un gesto consueto che faceva quando voleva significare che non era il caso, figuriamoci, neanche gli passava per l’anticamera. Poi sorrise ancora, andò a tirare su una tendina di pizzo dall’altra parte della stanza.

– Guarda, guarda come è bello qui, come si sta bene!

Isolina pensò sconcertata ma allora non ci siamo, allora questo metodo perfetto ha una grave falla, lega il malato all’ospedale, a questa città-ospedale che pare così uguale alle altre città, lo rende incapace di affrontare la vita fuori, non va mica bene, non va…

Lo zio continuava ad incitarla con un sereno sorriso.

Si alzò ed andò a guardare ciò che le indicava: grossi platani delimitavano un parco con aiuole colorate e laghetti deliziosi. C’era gente che camminava, qualcuno rideva sotto gli ultimi raggi di sole, forse medici, forse degenti, era così difficile distinguerli, era così difficile, lì dentro, mettere i sani da una parte ed i malati dall’altra come s’era soliti fare. Anche a guardarli con attenzione, ascoltarli ponderatamente, Isolina cominciava a pensare che non vi sarebbe riuscita.

Fu interrotta, in quel suo riflettere, dall’aprirsi veloce della porta; si voltò e vide la signorina che s’era cambiata d’abito. Un tailleur verde muschiato elegante e severo che le dava l’aria d’una segretaria d’alto livello, altro che infermiera.

Si rivolse a Walter Badini ricordandogli che doveva definire con lei alcuni dettagli della riunione prevista per la serata. Ma lo zio alzò nuovamente la mano nel gesto consueto, dicendo che era tutto per Isolina, ci pensasse lei.

Isolina pensò che lo zio dovesse stare a colloquio con questa sua ombra per prepararsi a qualche psicoterapia di gruppo: non meglio infatti riusciva a definire la parola “riunione” ed esortò allora lo zio a non tralasciare nulla della sua cura, lei lo avrebbe atteso volentieri. E poi non c’erano mica problemi, il suo treno partiva molto tardi.

La signorina richiuse la porta, mentre lo zio, con un sorriso beato, disse che non si trattava esattamente di una cura… Fece un sorriso sornione.

-Vedi, cara, abbiamo una riunione con i pubblicitari, dobbiamo studiare come lanciare sul mercato questi splendidi diamanti plastici. Ed indicava le piccole ante dove luccicavano gli anelli e poi la porta dai quadratini luminosi.

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