I racconti di Marina Salucci – L’altra città (seconda parte)

Pubblichiamo la seconda parte del racconto a puntate “L’altra città” di Marina Salucci, la prima parte la potete leggere qui: https://limonte.news/2020/06/06/i-racconti-di-marina-salucci-laltra-citta-prima-parte/

Ora, si disse, poteva anche esserci un altro signor Badini oltre allo zio, questo era pur logico. Poteva magari essere un medico o un dirigente dell’ospedale. Perché se invece era proprio lui, che cosa mai poteva organizzare il degente di un ospedale psichiatrico?

Vide la signorina tornare verso di lei con un breve sorriso, già stava per chiedere spiegazioni, quando lo sguardo le cadde su di una bacheca ai lati della porta d’ingresso, dove si leggeva:”Si organizza torneo aziendale di scopone” e allora pensò che lo zio, patito com’era sempre stato per quel gioco, senz’altro s’era intrufolato nell’organizzazione (che metodi, che metodi innovativi!) e con tutto il tempo che era dalla sua, chissà che bel lavoro aveva fatto. In quanto al termine “aziendale” lo trovava decisamente fuori posto, ma decise che faceva parte della strategia, del metodo di cura, forse la parola ospedale non doveva essere nominata.

E poi era solo un particolare, mica era il caso di ostinarsi.

La signorina le era davanti, in mano non aveva più le caramelle alla menta, ma un mazzettino di fiori di un forte azzurro: lo porse ad Isolina che la guardava perplessa. Alzò il mazzo quasi davanti al suo naso e, poiché questa non si decideva a prenderlo, le disse che quei fiori glieli mandava lo zio e che la stava attendendo.

Si ritrovò con il mazzo in mano a seguire l’altra su per lo scalone lucido, pensando non senza stupore che la quota per la degenza doveva essere ben alta se vi erano comprese quelle finezze e cominciò a temere sulla possibilità della famiglia di farvi fronte. Probabilmente il padre non le aveva detto nulla per non farla sentire in obbligo di contribuirvi.

Stavano percorrendo un lungo corridoio, sulla sinistra comparivano porte di fine noce dove erano scritti nomi su targhe eleganti. Il nome del degente, pensò Isolina, ma che lusso, ma che armadi, ma che servizi… E tutto così naturale, lontano dagli odori dalle atmosfere e dalle etichette degli ospedali.

La signorina si fermò poi ad una porta che pareva di legno ancora più bello, ancora più levigato, al centro della quale c’era una targa un po’ più grande delle altre, su cui era scritto “Walter Badini”.

Ecco, era la stanza dello zio, che trattamento, vide l’altra premere un pulsantino, avvicinarsi ad una specie di citofono.

–Siamo arrivate, disse, e la porta si aprì.

Né letti né alcunchè di simile vide Isolina: dentro alla grande stanza dalle piacevoli vetrate stavano due scrivanie, una con un computer, l’altra con volumi ed aggeggi vari. C’era poi una vetrinetta dove erano esposti alcuni anelli ed altri monili dalle pietre lucenti (che strana cosa, pensò Isolina) e qua e là piante vivaci e ben curate.

La signorina le disse di andare, lo zio l’aspettava, entrasse pure dalla porta a diamanti plastici e con il dito le indicò una porta in fondo alla stanza, dalla quale provenivano riflessi multicolori. Poi prese posto al computer ed iniziò a digitare (pareva avesse una certa fretta).

Isolina si incamminò verso la porta lucente pensando che l’organizzazione della casa di cura era quantomeno incredibile. Per lo zio (e dunque, supponeva, per ogni altro malato) c’era a disposizione un’infermiera personale (non le venne in mente altro termine per identificare la signorina, ma sentiva, sentiva che non era del tutto esatto) ed addirittura un computer sul quale, pensò, si fissavano le fasi della malattia per controllarne l’andamento, l’evoluzione. E poi tutti quei libri, senz’altro specifici sulle malattie dei degenti, che organizzazione…

Nell’allungare il braccio, però, nel tendere la mano ad afferrare la maniglia, la mente tornò all’improvviso indietro al suono delle parole della signorina “porta a diamanti plastici”, come se prima ne avesse inteso soltanto il suono e non il significato… Allora la mano le rimase sospesa, il braccio indurito nel rayon rosa della camicetta.

I diamanti plastici, ben lo ricordava Isolina, erano la fissazione più ostica dello zio, quella su cui si ostinava di più e perdeva più facilmente la calma, diventava pericoloso a detta dei medici, quella per cui partiva con appunti e formule per andare da chimici ed esperti che dopo un po’ non facevano altro che assecondarlo, vuoi per le raccomandazioni del fratello, vuoi per toglierselo di torno.

Stava per girarsi e chiedere, chiedere qualcosa alla signorina, quando questa si girò ed intuita qualche perplessità, le disse:- Sì, sì, è quella la porta a diamanti plastici.

Allora Isolina credette di capire. Era un vecchio trucco di saggezza popolare che evidentemente non era disdegnato neppure dalle moderne teorie psichiatriche. Quando c’era la paura che lo zio, contrariato, s’infuriasse, gli si dava ragione, anzi, lo si preveniva nelle sue affermazioni. Proprio quello che stava facendo la signorina: temeva che la sentisse e badava a non contrariare il malato, evidentemente in un periodo delicato. Egli diceva d’aver realizzato il diamante plastico, un diamante sintetico con le stesse caratteristiche di quello vero, sfido gli esperti ad accorgersene, diceva lo zio, e ora questa signorina, come facevano loro in casa, lo assecondava.

Senz’altro faceva parte del metodo di cura. Non affrontare il malato di petto, ma percorrere dolcemente la sua strada finchè non si accorge da solo che non è quella giusta.

“Riprodurre con la plastica la struttura del diamante…” Le parole dello zio le tornavano alla mente, i suoi fogli pieni di formule che si ostinava a spiegare, con calma dapprima, quasi con disperazione poi.

E quella porta in cui il sole s’adagiava piano in un tardo pomeriggio settembrino come tanti altri, pareva insidiare veramente lo splendore del diamante, e poteva essere quella di un sultano in terre lontane.

La guardò intensamente, Isolina, guardò una per una le finestrelle lucenti ritagliate nel legno, pensando che quasi… quasi sembravano davvero… ma che stava pensando… anche lei cadeva nel tranello, ah, ah, come tanti amici che quasi si erano fatti convincere dall’abilità in chimica dello zio, ma no, non era possibile riprodurre il diamante con la plastica.

Prevenendo un secondo incoraggiamento della signorina, girò la maniglia ed entrò.

Il signor Walter Badini, con un doppiopetto grigio e una camicia intonata, sollevò la testa dalla scrivania in cui stavano ammonticchiati fogli ed ancora fogli, schemi, disegni, lettere.

Alle sue spalle un’elegante libreria d’ebano in cui vani a giorno s’alternavano ad ante di vetro dove erano esposti altri anelli e collane e spille, con pietre che parevano preziose, almeno a giudicare dalla loro lucentezza.

Isolina pensò che se l’avesse incontrato fuori, magari nel grande scalone di marmo, oppure nel viale, mica l’avrebbe riconosciuto.

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