I racconti di Marina Salucci : “L’altra città” (prima parte)

Nuovo appuntamento con i racconti di Marina Salucci, questa volta abbiamo “L’altra città” una storia ispirata ai racconti di Luigi Pirandello, con una riflessione sulla normalità e la pazzia ed anche una storia ricca di suspence.

L’ALTRA CITTA’

La porta era di un bel legno verniciato, una porta massiccia e scura come tante altre, infissa in una palazzina appena discosta dal paese. Ai lati della costruzione partiva il muro di cinta di cui non si riusciva a vedere la fine: al passante che non sapeva, poteva sembrare un parco, o una villa, come se ne vedevano tanti nei dintorni.

Isolina suonò, un po’ emozionata: non era mai entrata in un ospedale psichiatrico e fu rincuorata dalla familiarità del campanello, un dlin dlon molto, molto comune.

Dopo un’attesa che a lei sembrò lunga, le aprì una signorina sorridente e vestita con un abito tinta corda, di quelli alla moda: le disse che lo zio era un po’ indaffarato, ma la stava aspettando.

Era davvero emozionata, Isolina, tanto che non riuscì a prestare attenzione alla parola “indaffarato”. Si guardava intorno, il corridoio, la fontana, la strada nel parco e là in fondo tutte quelle costruzioni che da fuori proprio non si indovinavano. E lo zio, il cuore le batteva forte nell’attesa, era più di un mese che era lì e lei solo allora aveva finalmente trovato il coraggio…

Chissà se si era calmato, se la cura aveva prodotto i suoi benefici, se la fissazione degli esperimenti chimici si era placata…

Ai lati della strada comparivano ora alcuni negozi. La signorina si fermò davanti ad uno che pareva una drogheria.

–Un attimo, la prego, devo fare un acquisto.

Uscì con un pacchetto di caramelle alla menta che ripose in borsa dicendo che erano per lo zio, che non aveva avuto tempo, talmente era occupato. Isolina non prestò attenzione a quest’ultima frase: si guardava attorno incredula, non avrebbe mai immaginato che un ospedale psichiatrico si allargasse in tal modo e nascondesse nel suo ventre strade palazzine negozi parchi. Dal di fuori, quella bella porta verniciata, lo taceva completamente. E una volta dentro, invece…Persino le caramelle preferite dallo zio, una marca rara e raffinata…

Certo, era uno dei ricoveri principali della nazione, vi convergevano pazienti da ogni parte del Paese, per quello l’avevano scelto, sebbene distasse più di duecento chilometri dalla loro città.

Era così strabiliata che non metteva bene a fuoco ciò che diceva la signorina e guardava le case le strade le auto che circolavano (poche e con un gran ordine, bisognava dire) e pensava che la sua idea di ospedale psichiatrico era veramente distorta. E sì che se n’era parlato, in casa, prima di ricoverare lo zio. C’era stato un gran movimento d’informazione e alla fine s’era scelta quella casa di cura perché si diceva avesse metodi innovativi, assolutamente moderni e non coercitivi, di sicuro effetto.

S’era tergiversato parecchio, per l’affetto che tutti portavano allo zio. Ma ad un certo punto non c’era stata altra scelta, dal momento in cui lo zio, proseguendo con i suoi pericolosi esperimenti, aveva creduto di essere l’inventore dei diamanti plastici e di poter in breve tempo impiantare e dirigere un’azienda che li producesse.

Ora la rincuorava però il fatto che si trovasse, seppure privato della libertà, in un posto che non pareva essere quello che era. Sembrava davvero una via normale di una città come tante altre.

E poi veniva trattato bene: le sue caramelle preferite portategli da quella signorina, perché lui era… occupato.

Fu allora, nel ripensarla, che quella parola non la convinse molto.

Occupato a fare che cosa, pensò, ma che poteva fare lì dentro più che una passeggiata, una lettura, una partita a carte, due passi nel parco…

Era sul punto di chiederlo alla signorina ma poi pensò che probabilmente era molto occupato dalle terapie, in fondo erano metodi assolutamente moderni ed a lei sconosciuti, e di lì a poco li avrebbe osservati.

Camminarono ancora un po’. La sua accompagnatrice ogni tanto le faceva segno di svoltare a destra, poi a sinistra, si fermarono a qualche semaforo, passarono sotto a portici con belle vetrine e arrivarono infine davanti ad una costruzione un po’ più alta delle altre, dall’architettura un po’ più moderna. La signorina si fermò davanti a un portone che pareva di cristallo, anzi, ancora più lucente, ed indicandoglielo con il braccio disse:- Prego.

Entrarono e si trovarono dentro ad un gran via vai di gente, alcuni avevano fogli in mano ed Isolina li classificò come medici ed infermieri che controllavano esami e cartelle cliniche. Non avevano il camice, era pur vero, né qualunque altro segno di riconoscimento, ma probabilmente questo faceva parte del metodo di cura, così moderno, così innovativo.

Anche la signorina, del resto, (un’impiegata? un’infermiera?) risultava assolutamente professionale anche indossando soltanto quel vestito alla moda.

C’era un bel fresco, un po’ per le piante, un po’ per la temperatura tenuta a bada dai condizionatori, e tante panchine di marmo delicato, ognuna divisa dall’altra da vaschettine a zampillo.

Era così piacevolmente sorpresa che stava per esternarlo alla signorina, ma quella la precedette, con il suo tono professionale: -La prego, attenda qui un attimo, il braccio teso verso una panchina. Poi si avviò a passo sostenuto sullo scalone di marmo, mentre Isolina rimase lì a guardare tutta quella gente che andava, veniva, talora sostava per brevi colloqui, tutti vestiti come lei o come chiunque altro.

Ecco, uno pensa al manicomio come al più infimo dei gironi della dannazione, si dice povero zio Walter che destino, e invece avevano ragione i professori, non c’è differenza, è come essere a casa, meglio che a casa, vedrete come si troverà bene.

Vicino a una pianta che assomigliava ad una palma si erano fermati un uomo ed una giovane donna con in mano cartelline colorate. Nel loro parlottare fitto ed allegro ad Isolina parve di intendere una frase che più o meno suonava così “Sempre in forma, eh, il signor Badini” e dopo un’altra che, all’incirca, poteva corrispondere a questa “Certo, e che organizzatore!”

Seduta su quel marmo lucido e venato da sottili striature scure, aguzzò le orecchie per intendere ancora qualcosa, ma i due, presisi a braccetto, sfumarono su per lo scalone: quello che Isolina riuscì ancora a sentire fu solo il tacchettio delle scarpe della donna, quei tacchi un po’ spigolosi ch’erano la moda dell’estate.

2 commenti su “I racconti di Marina Salucci : “L’altra città” (prima parte)

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