I racconti di Marina Salucci – La pietra serena (4° e ultima parte)

Pronti per il colpo di scena finale? Ecco l’ultima parte del racconto a puntate “La pietra serena” di Marina Salucci. I link ai capitoli precedenti:

particolari, proprio perché il suo spirito l’aveva già donato ed egli, …egli era stato in grado di accoglierlo.

E così si abbandonava, Erminia, così come l’acqua del ruscello si abbandona alla roccia, al fiume, il pesce alla corrente, il giorno alla notte.

In modo naturale, felice di essere lì, Erminia si abbandonava alla chiesa, alla spiritualità, alla passione…

Insieme alla musica fluttuante che la fece sobbalzare entrò tutto il corteo: istintivamente Erminia si era girata a guardare e vide ciò che le sembrava un corteo nuziale, sì, era proprio un corteo nuziale. Gli sposi davanti, con i genitori, e dietro altra gente, ecco, la manifestazione era iniziata, ora deve andare, pensò, è finita, ora devi andare, disse mentre si girava verso di lui, ma quelle parole si fermarono a metà perché lui già più non c’era, lui non c’era più, Agolante, chiamò, una due tre volte, ma nell’ombra grigia delle colonne tutto restava immoto e silenzioso, è già andato al corteo, pensò, si è già unito a loro, e lo cercò in ogni volto, in ogni sorriso, cercava e non vedeva, in ogni profilo cercava la fierezza del suo, ma nulla c’era che gli si potesse ravvicinare, nessun ciuffo brillava di forte nerezza come il suo, nessuna bocca sapeva accendere al solo accennarsi di un sorriso. Dov’era, dov’era andato, eppure erano loro, era la sua compagnia, figuranti del 1300, proprio loro, un corteo storico per rievocare un matrimonio, ma dov’era lui, cercò l’ondeggiare del suo mantello di rubino, ma non c’era, l’ondeggiare all’elegante incedere, c’era per la verità un mantello simile al suo, ma non era lui, anzi a meglio guardarlo Erminia vide che il mantello era identico, rosso rubino di uguale foggia ed era addosso allo sposo. Erminia senza sapere perché sentì il suo cuore che si metteva ad andare al galoppo, e nel mentre vide che anche il corpetto dello sposo era uguale a quello di Agolante e ad essere sinceri ogni particolare dell’abbigliamento, ogni dettaglio era uguale, sebbene ricoprisse un corpo più tozzo e dall’andatura più goffa era uguale. Erminia si fece largo fra la folla sopravvenuta per arrivare vicino a quel finto sposo e mentre i battiti acceleravano la loro andatura, dovette ammettere una lieve, vaga somiglianza, la nerezza dei capelli l’ampiezza della fronte la linea del naso, sebbene tutto più ordinario, più banale, senza la fierezza dello sguardo, la padronanza della situazione, ma chi era, chi era quello dentro ai suoi vestiti, glieli aveva forse ceduti, perché, e perché lui non c’era, e la sposa, le pareva quasi che la sposa…

Dalla parte laterale entrò un altro figurante urlante, un’ alta figura d’uomo dai capelli bianchi, vestito d’azzurro e d’oro, nobile figura che parimenti si riferiva ad una figura altrettanto nobile di quei tempi andati, che correva ed urlava, il vociare della folla impediva ad Erminia di capire, la testa si era messa a girare e tutto il corpo pulsava al veloce galoppo dei battiti.

L’uomo avanzava, lo spazio girava e la sposa (bianca, bionda, delicata) simulò sorpresa e spavento, cercò di sbarrare gli occhi e disse: – No, padre, non lo uccidere, dimentica l’odio, ti prego, dimentica… ma il padre avanzò e in uno stretto volgare toscano disse che l’ora era arrivata per ripagare il disonore, estrasse dal fodero un pugnale e lo piantò nel petto di colui che portava i vestiti di Agolante.

Il corpetto si macchiò velocemente di un liquido rosso, l’uomo azzurro disse: – Muori, Agolante Donati – e la donna bianca divenne ancora più bianca e disse: – Padre, tu non sai ciò che hai fatto, hai ucciso Agolante, il tuo odio ti ha accecato, tu non sai ciò che hai fatto, il vostro odio sta uccidendo tutto…nella nostra città tutto è sangue…

Di quello che successe dopo Erminia non riuscì più a sentire, vedere, odorare nulla. Si sedette sulla panca e vide le teste degli apostoli del pulpito che roteavano insieme alle aquile e ai pampini, avvolti da un velo simile alla nebbia.

– Mi scusi, chiese con un filo di voce ad una anziana signora presente – perché lo ha chiamato Agolante?

L’anziana signora si girò, elegante, con un cappellino nero ed una veletta preziosa, e guardò Erminia con aria stupita.

Erminia ripeteva la sua domanda.

– Perché così si chiama, signorina, anzi, così si chiamava: Agolante Donati, figlio di Bramante, della fazione dei neri, innamoratosi di Erminia Cerchi, figlia di Lorenzo, della fazione dei Bianchi.

Sapete, signorina, come andavano le cose a quei tempi, mica si andava tanto per il sottile. Pur di prevalere le fazioni avrebbero fatto qualsiasi cosa, guai a familiarizzare con quelli della fazione avversa, figuriamoci poi addirittura sposarsi…Eppure pare che quei due si amassero davvero, e contro il volere dei genitori e soprattutto del padre di lei, organizzarono le loro nozze qui in questa piccola pieve, lontana da Firenze quanto poteva bastare, progettando poi di fuggire in Francia. Ma qualcuno parlò, pare che sia stata un’amica di lei, non si sa bene se per proteggerla, oppure per invidia, per invidia di un amore così potente, così…Le cose si dovettero allora fare di fretta, per permettere ai due di fuggire, tanto che il prete acconsentì a sposarli il giovedì santo, fatto inaudito, con un veloce rito prima della funzione, e..

…Ma signorina, signorina, cos’ha, non si impressioni così, sono cose passate, ormai passate, è solo una rappresentazione, si fa ogni anno, è una festa molto sentita qui, ma è acqua passata e senz’altro diversa da allora, allora tutta questa gente davvero non c’era, signorina…signorina…

Erminia vide la volta della chiesa che non era più serena e incombeva su di lei minacciosa. Sui volti degli apostoli si era disegnato un ghigno, tutto roteava e ballava al ritmo del suo sangue, riuscì solo a vedere le aquile che acceleravano il loro volo, tutto aveva un’orbita più veloce, così veloce che le teste si mescolavano ai grifi, alle foglie, ai santi, alle colonne, alle bifore finché Erminia non vide più nulla, tutto era tornato all’unità, all’indistinto, senza forma, colore, e numero.

– Signorina, che ha, signorina, su forza…ma Erminia non sentiva più nulla, distesa sul pavimento sereno fra la gente accalcata.

Quando gli occhi le si aprirono di nuovo una fitta nebbia li velava ancora, e una luce forte li infastidiva. Avrebbe voluto ancora chiuderli e dormire, ma un dolore forte al petto arrivava con l’intermittenza dei battiti, e non la lasciava scivolare di nuovo verso l’incoscienza. Alla fine dovette arrendersi alla realtà, od almeno alla sua parvenza, e lentamente si rese conto di dove era e di che cosa era successo. Allora una tristezza grandissima la prese.

Le finestre della sacrestia erano lucide per la pioggia battente e il velo scuro del crepuscolo scendeva lento.

– Come va, signora, chiesero all’unisono il medico e il prete.

– Direi bene, disse il medico per interrompere il silenzio, poiché la risposta di Erminia non arrivava. Fece qualche controllo di rito e se ne andò dicendo di chiamarlo per ogni eventualità, ma che ci avrebbe giurato, non sarebbe stato il caso.

Erminia fece per salutare ma la voce non uscì, era rimasta dentro, da qualche parte, o forse fuori, forse nella chiesa, forse…

Il medico era uscito ed il prete prese una sedia e si sedette accanto al letto.

Era piuttosto in là con gli anni, ma nei suoi occhi, nelle sue espressioni e nelle sue movenze c’erano una prontezza e una vivacità che davano l’illusione della gioventù.

La guardò un po’, fece un paterno sorriso.

– Allora…- le disse poi con sguardo interrogativo e di attesa.

– Allora cosa? chiese Erminia e sentì la sua voce smorta e flebile.

– Allora, riprese il prete, lo hai visto.

Erminia gli sgranò gli occhi addosso.

Padre, lei…lei…sa… lei sa che Agolante….

Il padre la guardò con dolcezza e fece cenni di affermazione con il capo. Da tutta la sua persona emanava una grande calma.

Erminia non capiva e lo guardava, ma nessuna risposta arrivava da lui, poi distolse lo sguardo e si guardò intorno, la piccola linda stanza molto somigliante ad una chiesa, mentre la sua mente gridava che allora era vero, era vero veramente, anche l’uomo che le stava davanti lo sapeva e non era un uomo qualsiasi, premette il calcagno contro il materasso e le lenzuola, una mano contro l’altra mentre quegli occhi saggi e veloci aspettavano una risposta, anzi, null’altro che una conferma e il suo calcagno e le sue mani la informavano che non stava sognando.

– L’ho visto , disse, con una voce che non le sembrava la sua e non si sentì o non fu capace di aggiungere altro e nella sua mente in effetti non c’erano pensieri che potessero diventare suono, ma solo immagini, immagini grandi e colorate, Agolante, la chiesa, gli apostoli, l’uomo azzurro, sfilavano come in una passerella, senza una logica o una cronologia, e le parole, anche le molte parole dette sfilavano come immagini, come un fiume di segni, come se una penna le creasse al momento, con inchiostro fluente, e quelle parole diventavano solo segno e immagine.

– Vuoi del brodo?- le chiese il padre, qualcosa di caldo ti farà sicuramente bene, e se vorrai, potrai passare la notte qui.

Vuoi del brodo, pensò Erminia, perché mi parla del brodo in mezzo a tutti questi misteri, questi misteri che mi hanno sbattuto a loro piacimento, io voglio sapere, capire e lui, lui mi parla del brodo, lo guardò quasi con preghiera e gli disse che voleva sapere, sapere perché Agolante tornava,o perché non se n’era mai andato, perché l’aveva fermata, perché…

Il prete alzò una mano con gesto delicato ma deciso, a fermare le sue parole e le sue domande e le oppose un sorriso che illuminò la stanza, sebbene le sue labbra si tiravano appena.

Erminia si tacque e lo guardò, si guardarono e sembrava che quel gesto, una mano nuda, fosse la sua risposta.

– Forse, Erminia – le disse poi, il mistero è l’essenza delle cose. Non ci è dato di sapere tutto. Scivoliamo fra i perché ogni giorno, senza accorgercene, senza avere una risposta, senza neppure pensarci, perché la vita fa i suoi frutti, o perchè i fiori sbocciano in primavera, perché il ruscello ci invita con un dolce sciabordare, perché il sole sorge al mattino,vedi bene quanti perché sono intorno a noi senza che mai pensiamo che abbiano bisogno di una risposta, non vi badiamo e diamo tutto per scontato, finchè arriva un giorno che ci imbattiamo in un perché che non scivola più come il ruscello,un perché che ci mette davanti ad un mistero, un mistero che ci sembra più mistero degli altri, un mistero che ci sembra di non poter sopportare, che esce dagli argini come il torrente in piena. E vorremmo sapere, capire, ma tutto è mistero e i perché sono nelle mani di Dio. Qualcosa forse ci concederà, nel silenzio del nostro cuore, ma il mistero sarà sempre l’essenza delle cose, ciò che tiene appese le costellazioni al buio della notte. E se qualcosa potremo capire, Erminia, non sarà con le parole.

Il mistero è l’essenza delle cose, si ripeteva Erminia nella mente e la pioggia scendeva insieme al buio. Il mistero è l’essenza delle cose…

– Ma lei padre, lei ha solo questo da dirmi, lei non si chiede perché Agolante gira fra noi, perché è venuto da me, perché ora la sua assenza è dolorosa, ma lei, lei che cosa dice, mi sta dicendo che Dio ci dà solo dubbi e nessuna certezza, che…

Il padre alzò di nuovo la mano, in modo ancora più delicato e ancora più deciso.

– Non dubbi, Erminia, ma misteri. Solo misteri. E poi, se conoscessimo tutto, sarebbe davvero appagante come crediamo?

Ma Erminia non riusciva a seguirlo in quel ragionamento apparentemente sottile: era triste, stanca e arrabbiata per questi misteri che le avevano dato e tolto senza chiederle il consenso.

– Ma il suo Dio, iniziò Erminia con voce quasi ostile, – che cosa ci dà dunque, quale aiuto, quale sostegno, lascia che tutto vada per la sua strada, che i morti girino, che i vivi soffrano, quali mani tende, come si fa sentire, come…

La voce del prete la interruppe potente e sonora: – Con l’amore, – disse, questo ci offre e questo ci indica il mio Dio. Poi si fermò, si fece più calmo e aggiunse: – Il mio Dio che è anche il tuo.

Qualcuno bussò, il padre aprì parzialmente la porta e rispose ad una voce di donna che sarebbero arrivati per la cena di lì a poco.

– Dov’è lui adesso, padre? – chiese Erminia accorata e triste.

– Lui ti ha atteso qui per secoli. Pensa, Erminia, che meraviglioso gesto d’amore. E tu ora sei arrivata.

– Ma…ma…- riprese sconcertata, ma io ora sono viva, padre, e lui è morto.

– Vita e morte non sono che un soffio nei bagliori dell’infinito. Si intersecano e si uniscono, si svolgono e si riallacciano. Sorrise e il suo viso si illuminò.

– Andiamo, aggiunse poi, ci aspettano per la cena.

Quanto avrebbe voluto dire Erminia, ma non disse più, pensando a quel gesto meraviglioso d’attesa, una attesa d’amore durata a lungo…

E quel prete così diverso, così sereno e senza prescrizioni che quasi la sgomentava.

– Il mio Dio che è anche il tuo, ripeté e si avviò per le scale fino ad arrivare davanti al brodo fumante.

Quando, la mattina dopo, uscì dalla chiesa per avviarsi a casa degli amici, il sole riverberava sulle pietre e sull’erba del sagrato: nel cielo ogni nube era sparita.

Imboccò la stradina che aveva percorso il giorno prima sotto la pioggia, e notò che i colori erano così vivi da abbagliare. Sotto quella luce fluttuosa, neanche i tronchi nodosi degli ulivi sembravano più gli stessi.

Un gruppo vociante stava risalendo incespicando sulla ghiaia e sollevando polvere. Erminia li guardò: erano grandi, biondi e paonazzi per lo fatica, un po’ sgraziati nel loro abbigliamento da turisti e nelle loro risate grasse. Fulmineo, il paragone con Agolante le strizzò lo stomaco ….

Uno di loro si voltò verso di lei, la guardò con un sorriso che voleva essere delicato, e , mentre per un attimo si ristabilì il silenzio, le disse: Buon giorno, signorina! Erminia lo guardò, silenziosa, prima di rispondere “Buona giornata anche a voi”. Era sudato, grosso e grasso, gli occhi e il viso taurini, ma il suo saluto era buono: Erminia continuava a guardare, senza parole, senza pensiero, e mentre il sole riverberava davanti ai suoi occhi quasi ad accecare, il gruppo di turisti del nord, si tramutò in una schiera di pellegrini del trecento, che da giorni viaggiavano per raggiungere la pieve in penitenza, ed erano stanchi, impolverati e laceri…Ed ognuno aveva qualcosa nel cuore, qualcosa che lo aveva spinto fin lì, qualcosa di suo che era diverso dagli altri, qualcosa che lo faceva muovere, soffrire, gioire, …

Il senso di fastidio passò, ed il nodo allo stomaco si allentò un poco al calore della tarda mattinata.

Le sembrò allora che ogni cosa avesse ripreso il suo posto sotto il cielo….

Mentre guardava ciò che del paesaggio le era sfuggito il giorno prima per la pioggia nebbiosa, pensava ancora alle parole del prete e le sembravano quasi rassicuranti: Il mistero è l’essenza delle cose…Ma se capissimo tutto….Si fa sentire con l’amore…

Anche l’amore è mistero, pensò Erminia mentre il sole si alzava e tutta la valle risplendeva lucente.…

Pensò che Agolante sarebbe stato d’accordo, che avrebbe approvato chiamandola Madonna, e che …e che se l’aveva incontrato una volta…due volte, indubbiamente l’avrebbe incontrato ancora.

Ed Agolante

da qualche parte,

vicino a lei,

sorrideva soddisfatto.

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