I racconti di Marina Salucci – La pietra serena (3° parte)

La terza parte del racconto a puntate di Marina Salucci “La pietra serena”, la prima parte la potete leggere qui: https://limonte.news/2020/05/21/i-racconti-di-marina-salucci-la-pietra-serena-1-parte/ mentre la seconda è leggibile qui: https://limonte.news/2020/05/23/i-racconti-di-marina-salucci-la-pietra-serena-2-parte/

La chiesa e la serenità delle sue pietre stava sfumando al contatto delle sue mani, alle quali Erminia si stava abbandonando, quando lui posò nuovamente il candelabro ed alzò il dito verso un capitello, dove un’aquila che vi era scolpita, sembrava minacciare con il suo volo tutto ciò che le stava sotto.

-E tu, aquila dai grandi artigli, sgraziata ma feroce, con le tue grandi geometriche ali, chi sei? Che cosa vuoi rappresentare?

Guardò Erminia con sorriso d’intesa e poi proseguì.

-Forse il male, il male pronto a scagliarsi addosso all’uomo se appena egli abbassa un poco la guardia, pronto a brandirlo, a tendergli tranelli vituperici per renderlo preda e vittima della tentazione, per averlo tutto in suo possesso? Celato sotto mentite spoglie, presente ad ogni angolo, ad ogni svolta, in ogni antro per ghermirci ed infuriare fino a vederci soccombere? E quando così sia, quale oscuro piacere ne trarrà?

Tacque e continuò a guardare la figura a cui parlava. Il silenzio scese denso, intenso. Erminia era incantata dalle sue parole.

L’uomo abbassò la testa e stette lì, muto, come schiacciato dal peso delle sue parole.

Poi riprese.

-O forse è diverso, forse dalla morbida linea del tuo becco, dallo smussarsi delle linee delle tue piume, dallo stesso tuo volo che a ben guardare non è feroce ma fiero, posso capire che tu sei solo l’aquila di ciò che è buono all’uomo, di ciò che è giusto e che alla fine trionfa, che è più forte, o che se non lo è può sempre esserlo, o sempre diventarlo, basta crederci, basta dargli peso e speranza, basta crederci come si crede al sole in un giorno di tempesta, perché si sa che è semplicemente lì sotto, perché si sa che è quella la pasta dell’universo…Poiché si può ben intuire che non possiamo essere qui solo per diventare preda di artigli tentatori….

Si fermò ancora ed il tono della sua voce faceva capire che aveva terminato.

Erminia stava per esprimere la sua meraviglia, ma il rumore repentino della pioggia scrosciante li distolse entrambi. S’intravide il bagliore di un lampo e in lontananza s’udì un rantolo informe. Un grigiore più fitto e scuro coprì le fessure d’alabastro delle bifore e delle monofore ed entrò velocemente nella chiesa.

Dalla porta semiaperta un rivolo di pioggia si faceva strada, silenziosamente. Un brivido di freddo e di chissà quant’altro percorse le braccia di Erminia ed arrivò alla testa.

L’uomo si avviò verso la porta a passi decisi e la chiuse. Poi tornò da Erminia, si tolse il mantello di soffice velluto e lo sistemò sulle sue spalle. Lei accennò un gesto di gentile rifiuto, ma il contatto con quei morbidi drappi, la loro carezza soffice sulla pelle, le tolse ogni volontà e si abbandonò alla sua sensuale e setosa carezza.

Lui la guardava. Lei lo guardò.

Da un triangolo di pelle nuda, in un punto in cui la camicia s’era aperta un poco, sfuggivano lucidi peli scuri… La pioggia batteva e il mantello era caldo, ma senz’altro il suo corpo era ancora più caldo, pensò Erminia. Pensò anche che lo desiderava, sì, Erminia desiderava quell’uomo, non se lo poteva più nascondere, certo che era in una chiesa, ma era quello che sentiva, e perché avrebbe dovuto esserci qualcosa di sconveniente, quell’uomo era bello, rassicurante e caldo, e sulla pelle di lei la solitudine scorreva come la pioggia.

Sentiva lo sguardo di lui passare i velluti, carezzarle i sensi e l’anima, le guance e l’intelletto, era una carezza totale e lenta, Erminia non sentiva più il tempo, davvero era in quella chiesa, davvero era giovedì, la realtà non le pareva più quella di prima, ma un’altra, anche se non sapeva quale, la realtà era la pioggia fluente, i rantoli del cielo, gli zigomi forti e gentili del volto che le stava davanti, le mani lunghe e nodose, la realtà era quella fiamma calda e viva, gialla e rossa, ora ferma ora lunga verso l’alto, ora tremolante, ma sempre calda e viva.

Guardò ancora quel frammento di pelle scoperta sul petto, e poi tutto il corpo ricoperto da tessuti preziosi ed aderenti, che seguivano la possanza delle forme. Vide la saldezza dell’addome, la leggera prominenza dei pettorali, l’audacia delle spalle, il disegno tornito e gentile degli adduttori….

Un altro fremito fuggì ad Erminia e la fiamma ondeggiò al ritorno di quel respiro fuggito, sobbalzò ed ondeggiò, si dilatò e si restrinse, e così ombre e luci giocarono sul viso di lui che vi stava dietro, silenzioso, fermo, fiero…

Come un bagliore nel grigio del cielo ad Erminia venne in mente della rappresentazione, lui sarebbe andato via, scappato, perso in mezzo agli altri, le luci accese, le candele spente, la folla dei turisti a calpestare i segreti della pietra, a carpirne la serenità…

Non voleva.. Lenta, si avvicinò a lui: ora lo abbraccio, ora lo bacio, anzi sarà lui a farlo, sì, sarà lui, sarà…

-Madonna, disse lui prendendole la mano con gesto fiero e delicato, vi mostro un’ultima cosa.

La condusse per pochi passi intorno al pulpito, davanti alle due colonne principali, quelle che lo reggevano e gliele indicò.

Erminia si perse nella sua mano, senza pensare a nulla, tutto il suo corpo e la sua anima fluttuarono in quel contatto, e fu come sentire il sole sulla pelle nuda.

-Madonna, le disse ancora con quel suo sorriso, so che volete provare voi, e con un elegante gesto della mano indicava le due colonne.

Erminia stava per chiedere voglio provare a fare cosa, cosa dovrei provare a fare, o a dire, ma fu lo spazio di un batter d’ali, e prima che potesse chiedere, capì.

Capì guardando quelle due colonne: intorno ad esse si avvinghiava qualcosa di indefinibile che si contorceva tutt’intorno. Un corpo che aveva la stessa sostanza di tutta la chiesa: la pietra. Colombino, serpe, spirale? Chissà…

Era vero, voleva provare. Come aveva potuto capire le proprie sensazioni prima che si palesassero a lei stessa in modo cosciente?

Era vero, voleva provare.

Ce l’avrebbe fatta?

Sì, pensò subito Erminia, ce l’avrebbe fatta.

Quanto aveva desiderato un uomo che apprezzasse e stimolasse la sua natura, la sua profondità, il suo gusto per l’introspezione, quanto aveva desiderato un uomo che non si mettesse in competizione con lei, cercando di schiacciarla, di annientarla, ma fosse suo complice e la chiamasse ad un’intesa più profonda, proprio come faceva quest’uomo, proprio…

-Certamente, messere, rispose Erminia, togliendosi il mantello e pregandolo di tenerlo per un attimo. Voleva avere libertà di movimento e si voleva sentire leggera.

Stava per iniziare quando si rese conto che non sapeva il suo nome.

-Come vi chiamate, messere? chiese allora, sembrandole ormai inconcepibile non rivolgersi a lui con più familiarità.

-Agolante, per servirvi. E fece un inchino.

Agolante, ripetè Erminia a mezza voce, che nome fiero, che ritmo musicale…Messere, devo dire che se un nome poteva parlare di voi, era proprio questo che voi avete…

-Grazie, Erminia, disse lui.

Lei lo guardò stupita, attonita, quasi impaurita, ma come faceva a sapere il suo nome, come fate a sapere il mio nome, messere, io, io non ve l’ho detto, io…

-Voi no, voi non l’avete davvero pronunciato, ma il vostro gioiello lo porta impresso, signora… ed indicava il bracciale che spuntava appena dal polsino della camicia.

Erminia sorpresa alzò il braccio e lo guardò. Neppure più se ne ricordava. E del resto era così piccolo….Come aveva potuto leggervi, se le lettere erano così piccole e la luce così fioca?

Stava per chiederlo, ma il suo sorriso d’ovvietà la dissuase. Del resto non c’era altra spiegazione. Probabilmente non solo la sue mente era pronta e saettante, ma anche i suoi occhi lo erano.

Si concentrò allora sulle due colonne serene: erano solide e basse, vicine e gemelle, entrambe impastate con la pietra che lì dentro aveva creato ogni cosa e che qua e là era stata erosa dal tempo.

Intorno a queste colonne gemelle, quasi attaccate, si avvinghiava un tentacolo di pietra, che le teneva strette in un nodo vistoso e le girava più volte attorcigliandosi verso l’alto. Le colonne, però, non perdevano in questa morsa né la loro solidità né la loro fermezza.

Erminia sorrise e cominciò:

-Colonne, dolci colonne nude e serenissime, come tutto qui dentro, fredde grigie e azzurrine nelle fessure di luce che restano, colonne a cui si avvinghia una stretta spirale, che cosa tentate di suggerirci? Forse questa spirale è un tentacolo che vi blocca, una serpe che vi avvolge e vi imprigiona, simile al tentacolo-serpe che avvolge l’uomo, il male-morbo che lo limita, lo affligge, questo forse vuoi significare, l’uomo che cerca di stare dritto e di guardare il cielo, l’uomo che cerca in uno spasmo di ricongiungersi all’infinito che lo chiama, ma è soffocato dal male-morbo della serpe, sempre pronta e mai sazia, la serpe che lo tiene stretto stretto tanto che diventa tutt’uno, la serpe-uomo, la serpe-colonna, divorante, sofferente, così dalla nascita alla morte…e mentre la sua mano anela il cielo il piede è invischiato nel fango…

Da questa serpe vuoi forse ammonirci?

Erminia si avvicinò e pose le mani sulla colonna, soffermò le palme delle mani per avere una risposta e rimase un poco in silenzio.

Guardava l’opacità della pietra e la sua semplicità…LA PIETRA E’ LA RISPOSTA, LA PIETRA E’ L’ESSENZA, pensò.

Poi alzò la testa e vide i pampini, i grappoli, le foglie in serena geometria, strani animali dalle mammelle gonfie che parevano abbracciarsi, piccole bacche d’ulivo, quadretti agresti di lavori quotidiani.

-Voglio credere, colonna, che il tuo messaggio sia un altro. Se la nostra mano anela al cielo, non può restare persa e smaniosa nell’aria vuota… Forse questo grosso colombino, questo impasto di pietra su pietra è soltanto ciò che deriva dall’infinito amore, dalla saggezza ed armonia dell’universo, che non ci avvinghia e soffoca, ma soltanto ci abbraccia e ci tiene dritti…Solo ciò che è giusto e buono, infatti, ci può tenere eretti, come colonne, pali, fusti, e farci crescere e svettare verso l’alto, verso il cielo, e fruttificare come ogni pianta della terra, che nella terra affonda sicura e prende forza solo per protendersi verso l’alto…

Un’intensa lama di luce penetrò negli occhi di Erminia. Fuori, forse s’era schiarito e comunque non pioveva più. Si sentivano, da qualche parte, passi lunghi ben cadenzati.

Erminia si fermò, sorrise ad Agolante, questa volta con dolcezza ma piena padronanza.

Anche lui sorrise, poi interruppe il silenzio e disse: – Madonna Erminia, forse voi volete andare avanti ancora.

Madonna Erminia non rispose e si avvicinò ancora alla colonna, toccandone ora la dirittura, ora l’avvinghiamento.

– Che cosa vuoi dirmi ancora, pietra?

Volse lo sguardo alla luce alabastrina , sottile occhio cieco che era l’unico contatto con l’esterno. La pioggia si era chetata, o era talmente sommessa da non fare comunque rumore.

-Forse, riprese, queste due forme avvinghiate l’una all’altra, altro non sono che l’amore indissolubile di spirito e materia, l’una colonna e l’altra viticcio, un’ unica creatura divisa dall’artista solo metaforicamente per sottolineare ancor più la loro unione, poiché tale unione è stata impastata da Dio e non si arrovelli l’uomo a fissare primati, ma sappia dare ad ogni parte la giusta proporzione.

Si dice che lo spirito è preminente e la materia corruttibile, soprattutto perché della corruttibilità della materia abbiamo ogni giorno prova, come qui in questa chiesa, dove la pietra è sì serena, ma si sgretola ugualmente. E’ per questo, per questo, in presenza di questo sfacelo della nostra materia, che ci avvinghiamo alla preminenza e alla grandezza dello spirito, ma in realtà le uniche prove che abbiamo di tale primato sono i fiumi di parole che qualcuno ha versato in nome di Dio. Spirito, anima, mente, intelletto. Accanite diatribe per definire ogni cosa, per dividere ogni cosa una dall’altra, e soprattutto per ben prendere le distanze di queste cose dal corpo, che per il corpo può bastare un buon libro d’anatomia…

Ed ecco che il messaggio di queste colonne può essere questo: che nell’uomo Dio ha creato l’unione e l’uomo la deve continuare. Corpo e mente, spirito e materia sono in perfetta unione, si rincorrono sempre, non si lasciano un attimo, sempre in simbiosi mutua si completano, si sostengono, proprio come queste colonne sono sostenute dalla spirale che le avvolge…

Erminia tacque. Dopo le sue ultime parole, pronunciate a tono più alto e concitato, calò un freddo silenzio. Neppure la pioggia si sentiva più.

Agolante la guardava rapito, e anche lei, anche lei ricambiava quello sguardo.

-Madonna, la interruppe lui abbagliato da quel fluido argomentare, le vostre parole mi hanno colpito come dardi, l’estasi è scesa nel mio spirito, anzi, in tutto il mio essere, in tutto quello che io sono, e che sento vicino, molto vicino a quello che voi siete… e così dicendo tese la mano a sfiorare la sua.

Allora le mani si attirarono come calamite, si strinsero, quelle di lei passarono sul damasco di lui e quelle di lui sui capelli di lei, sul collo, sul viso, e poi le bocche, le braccia, tutto come colonna e viticcio, in un’ unione vitale che Erminia non aveva mai provato, sognato sì, sognato sempre ma provato mai, tutto avrebbe dato a quell’uomo, il suo corpo nei più piccoli e significanti

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