I racconti di Marina Salucci – Dal mio pinnacolo (seconda parte)

Seconda parte del racconto “Dal mio pinnacolo” di Marina Salucci, la prima parte, pubblicata sabato, la potete leggere qui: https://limonte.news/2020/05/02/i-racconti-di-marina-salucci-dal-mio-pinnacolo-prima-parte/

Credetti che l’ascensore fosse guasto, non era possibile una salita così lunga, o così lenta, pensai ecco che avevo ragione, non se ne farà mai nulla, non ci sarà mai un “lassù” così sofisticato, se già l’ascensore è guasta, figuriamoci come potrà funzionare il resto, sta a vedere che scopriamo di essere ancora al piano terra, sarà tutto uno scherzo, ora le porte si aprono e ce ne torniamo da dove siamo venuti, Figgs mi dirà ci è cascato, eh, va beh, non se la prenda era solo uno scherzo, tanto per fare due risate, la saluto, buonasera.

E invece no.

E invece la porta si aprì….La porta si aprì e mi si spalancò il cielo. Il cielo di notte con le stelle. E la luna, la luna con una luce esagerata, e ci guardava, e Figgs mi indicava tutto ciò e la casa di cristallo.

-Ma…ma…balbettavo io guardandomi intorno e toccando il cristallo che mi circondava.

Ci eravamo fermati dentro ad una nicchia limpidissima, al centro di un meraviglioso appartamento di cristallo in mezzo al cielo, la testa mi girava perché avevo l’impressione di essere sospeso in mezzo alle stelle, in effetti le stelle e la luna erano da tutte le parti perché la loro luce si moltiplicava sul cristallo creando effetti da fiaba e Figgs continuava ad indicarmi qualcosa, ora questo, ora quello, per accrescere la mia meraviglia, ma direi che non avrebbe potuto essere maggiore…

Uscimmo dalla nicchia-ascensore e cominciammo a camminare dentro al pinnacolo trasparente sul mondo. A guardare di sotto sembrava di camminare sul niente e c’era solo cielo, solo cielo e cristallo e più giù, molto più giù, lo sfavillare puntiniforme del mondo.

Fu appena misi i piedi sopra a quell’impiantito luminoso, appena sentii lo squillante rumore delle mie scarpe, appena vidi che davvero camminavo in mezzo alle stelle, che una sensazione indescrivibile, di onnipotenza, di meraviglia, di miracolo mi rapì.

Sembra di volare, dissi a Figgs come un bambino che è salito sulla giostra e cominciai a camminare come un piccolo aereo che fa le acrobazie, o una farfalla impazzita, avanti, avanti nei lunghi corridoi del pinnacolo, li percorrevo a zig-zag svolazzando le braccia e roteando la testa per vedere le costellazioni, e intanto Figgs con quell’aria gongolante…

Fossi stato un po’ più attento avrei capito, sembra di volare, ripetevo a squarciagola, e Figgs gongolava e diceva certo, certo, è stato fatto apposta…

Camminavo con le movenze di un uccello, di qua e di là, fra gli armadi di cristallo e le vasche trasparenti con idromassaggio, mi pareva davvero di essere diventato un uccello del cielo, di aver realizzato il vecchio sogno dell’uomo, volavo, volavo, volavo, ed anche senza pericolo, ero lì in mezzo alle stelle, a un tiro dalla luna, protetto e sostenuto da qualcosa di invisibile, io ALA, io ANGELO, io PEGASO…

Rapito dai fantasmi di luce del cristallo, non pensavo più a nulla, tantomeno al perché ero lì, a che cosa mi si richiedeva, e tutti i miei dubbi erano solo lontani, baluginanti ricordi… L’illusione del volo mi aveva preso e dissi subito di sì, anzi fu il mio comportamento a dirlo, perché Figgs non mi chiese nulla ed io mi comportavo come se già avessi accettato.

Il cielo era nitido e squillante e brillava di più attraverso il cristallo. Sbattevo le braccia, volavo, volavo, ed ogni costellazione mi abbagliava con la sua luce e con la sua storia di forza, coraggio, amore, morte e rinascita. Mi sentivo ora toro, ora orsa, cacciatore, ora vendicatore, ora vendicato, bastava guardare le luci del cielo ed ecco che storie e personaggi mi cadevano addosso…Ero talmente eccitato che volevo coinvolgere anche Figgs e gli indicavo quella stella e quell’altra e gli raccontavo i miti, e lo incitavo a volare.

Fossi stato più cauto, più accorto!

Il mio pinnacolo (lasciate che io lo chiami così, poiché è il ricordo più luminoso della mia vita) sembrava un osservatorio, una navicella spaziale, potevi vedere il mondo e il cielo, sotto i tuoi piedi e sopra la tua testa, a destra e a sinistra…

Naturalmente potevo ricevere chi volevo, precisò Figgs che conosceva bene il mio amore per le stelle, ma anche l’altra mia passione. Quale signora non sarebbe caduta ai miei piedi, in mezzo al cielo lucente e sopra ad un cristallo! Avevano architettato e previsto tutto, non c’era che dire. Ma allora, accecato dai fantasmi di luce, non riuscivo che a volare, a volare come vola una gallina, e non pensavo più a nulla.

Quando scesi il cielo già mi mancava e firmai subito un lungo contratto che Figgs mi riassunse con fare tranquillizzante, come fosse qualcosa tra amici.

Io sarei stato il signore del mondo e il padrone del cielo, diceva Figgs, e queste parole mi piacevano, queste parole e il desiderio delle stelle e del volo mi fecero fare i bagagli in fretta, il tempo di fare qualche saluto, di distribuire i biglietti da visita che mi avevano preparato. La casa sulle nuvole, c’era scritto, con colori da paradiso, e poi il mio nome preceduto da titoli onorifici e sotto il numero di telefono di Figgs.

Notai appena che con quei pochi dati mi avrebbe scovato solo qualche temeraria aquila, ma quando lo dissi a Figgs mi diede una pacca sulle spalle e mi disse che li avrebbe accompagnati lui, a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma solo dopo aver chiesto il mio permesso. Una questione di privacy e di sicurezza. Ma come si poteva lasciare il libero accesso? Capivo anch’io che l’intera città, anzi l’intera nazione sarebbe salita su per pura curiosità, invadendo la mia intimità e il mio privato. E la stessa cosa valeva per i miei amici e conoscenti, volevo forse essere disturbato a tutte le ore? Occorreva un minimo di regolamentazione, era logico.

Tutto questo mi sembrava molto convincente ed aumentava il mio delirio di onnipotenza, in fondo quei filtri e quelle attenzioni erano quelli che s’usano verso le persone importanti, ministri, alti dignitari, prelati, quelle persone da cui dipendono insomma le sorti di una nazione.

Così salutai Anna (alle altre non diedi neppure una telefonata, tanto ero frettoloso di partire, ma per Anna, per Anna avevo sempre avuto un debole) tutto felice. Mi accorsi che lei non lo era per nulla? Forse vagamente, distrattamente, e le continuavo a dire che io andavo nella casa nel cielo e lei poteva venire quando voleva, non era meglio che venire nel mio appartamento in città? E poi i soldi, tutti quei soldi…Le descrivevo le meraviglie di una casa di cristallo, con ogni sorta di comodità e di innovazione, feci anche qualche battuta complice, allusiva ai nostri incontri amorosi lassù, alle meraviglie dell’amore in mezzo alle stelle! E in fondo, era per poco, qualche mese, forse meno, chissà, il tempo di capire qualcosa su cosa fate VOI quaggiù…

Sì, dissi proprio così, cosa fate VOI quaggiù, ed Anna a queste parole mi guardò con apprensione, quasi con panico. Hai detto Voi, rimarcò, ed io le dissi che cosa c’era di strano. Non ero più della razza di chi rimane a terra, e non capivo perché Anna si ostinasse a non voler condividere la mia felicità.

A volte non si vogliono capire le cose più ovvie. Anna non la condivideva perché non era anche la sua. Era tutto molto ovvio. Anna aveva visto lontano. Anna aveva già capito tutto.

E dunque in men che non si dica fui sul pinnacolo.

I primi tempi, come ho detto, ero tutto una frenesia. La magia della luce dell’alba mi sbatteva addosso e io saltavo come un grillo per vederla meglio. Quando sorgevano le costellazioni nuove la mia gioia era incontenibile. Eravamo lì, faccia a faccia, ed io avevo la sensazione di rivelazioni straordinarie.

Poi cominciai a studiare gli itinerari dei pendolari, le caratteristiche più gradite dei profilattici, gli spot per le casalinghe, le estasi provocate dal bianco dei detersivi, quelle dagli sconti ai supermercati, i desideri repressi degli impiegati di banca, un po’ l’uno e un po’ l’altro, intravedevo disegni, variabili, costanti, e quella sensazione, quella sensazione che fossi lì lì per scoprire qualcosa di importante…

Ma poi ecco che l’improvviso desiderio di immergermi in una delle vasche di cristallo con idromassaggio ed effluvi azzurri mi faceva lasciare tutto il resto e mi pareva di essere un uccello di fiume che ruota nell’universo con la sua acqua, ed aprivo le gambe per scorgere sotto di me l’insieme dei punti variopinti del mondo. Davvero volavo?

Quando arrivava Figgs avrei voluto coinvolgerlo, si faccia un bel bagno azzurro, guardi che è sorta Antares, ma lui neanche a parlarne. Si pigliava i miei schizzi, le mie relazioni abbozzate ed io un bel dirgli che erano provvisorie, lui si prendeva tutto ugualmente.

Ed anche Anna, poche volte riuscii a coinvolgerla nella mia eccitazione di fare le cose in mezzo al cielo, sospeso in mezzo a mille fantasmi di luce.

Tu non uscirai più di qui, mi diceva malinconica.

Ma che dici, ribattevo attirandola sul terrazzo con vista panoramica o nella cucina robotizzata. Dammi il tempo di capire che strada prendono le cameriere dei fast-food, le zone in cui si concentra l’obesità, quale arredamento favorisca la virilità dei quarantenni, magari l’istruzione media dei ciclisti, in quali periodi storici aumenta il consumo delle salse, eppoi che fretta c’è, le dicevo indicandole tutto quanto con un gesto lento del mio braccio destro. Ma non vedi che meraviglia…

Tu non uscirai più di qui, mi interrompeva mentre io la guardavo allibito, a meno che…

A meno che cosa, ridacchiavo io non dando peso a quel tono grave che aveva, a quel tono grave dettato dalle sue visioni profetiche.

Come eravamo diversi dai noi due della terra…

Lei, che giù era sempre appiccicosa, ora si concedeva a me ed ai miei cristalli solo ogni tanto e non aveva il suo proverbiale buonumore, mentre io, intrallazzato in molte altre storielle quando avevo i piedi per terra, ora non avrei voluto che lei, lei e la sua allegria, ora con quell’appartamento fatto anche per accalappiare pollastre.

Un giorno Anna mi disse, hai visto che non era per poco, sono già passati mesi e che cosa hai concluso….

A sentirmelo dire me ne impressionai. La parola mesi mi stupì. Eppure era vero.

Già alla sera si levavano le costellazioni autunnali e l’aria era ancora più limpida ma meno tiepida, e l’alba tendeva a portare tardi la sua luce la mattina, e Anna, in effetti Anna non era più scosciata, ma portava eleganti pantaloni in lana.

Forse potresti tornare giù, disse lei timidamente, ed io la guardai come si guarda un fantasma.

Un po’ di tempo dopo (intanto Figgs era sempre più contento di quelli che io consideravo abbozzi di lavoro) Anna arrivò con il volto teso e mi disse se avevo mai ascoltato un notiziario negli ultimi tempi.

In effetti era da quand’ero lassù che non ascoltavo più notiziari né leggevo giornali, i fenomeni che studiavo e l’infinito cielo mi assorbivano tutto, e non davo neppure un’occhiata ai quotidiani, riviste, periodici che arrivavano, e neppure mi sintonizzavo con le miriadi di canali del mio mega-pad.

Che cosa c’è, chiesi preoccupato ad Anna, poiché sapevo bene che lei era una che non si spaventa per nulla. Lei mi disse che l’inquinamento da detersivi era arrivato a un punto di non ritorno, in Tasmania le foreste si stavano riducendo pericolosamente, in Bolmiria i grassi idrogenati ingurgitati dalla popolazione erano saliti al doppio, in Molonia era aumentato a dismisura lo sfruttamento del lavoro infantile, in Nicanda c’era stato un colpo di stato e giù via con una sciagura dopo l’altra.

Mi dispiace, le dissi io, e lei mi disse non capisci, potrebbero essere i tuoi dati, qualcuno li adopera per i suoi fini, lo avevi detto anche tu, qualcuno manovra, ma va là, dissi io, quelli che Figgs prende sono solo scarabocchi.

Fino allora, in effetti, credevo di averlo buggerato, non avevo preso sul serio il mio lavoro, e di questo ne ero fiero, sia perché mi credevo più furbo di tutto quell’apparato che mi stava dietro ed io non vedevo, sia perché se quell’apparato era un’associazione a delinquere, non sarebbe andato avanti con la mia complicità. Non è possibile, dissi con sicuro sorriso, sono solo scarabocchi, ripetei. Anna mi fissò arrabbiata, e tu stai qui per fare scarabocchi, disse gelida, sei sicuro che siano solo scarabocchi, tu credi così e qualcuno magari li adopera per far ingurgitare più hamburger, far comprare le scarpe della xxx e manipolare i cervelli, per sedersi sulla poltrona di un altro, e senza attendere la mia risposta ribattè che non era certa, ma avrebbe potuto essere possibile.

Ero o non ero il migliore, disse senza passarmelo come un vanto, ed allora non bastavano forse pochi cenni, pochi dati, a far capire quale vento tirava…

Ci pensai su tutta la notte, e quella notte non guardai le stelle.

Forse anche in abbozzo, i miei lavori contenevano davvero preziose informazioni, e se i legami visti da Anna erano veri, altro che associazioni umanitarie, altro che benefattori dell’umanità….

Del resto di questa possibilità avevo avuto sentore, finchè avevo i piedi per terra…

Quel tarlo mi rodeva, e decisi allora di intervenire subito.

Mi misi al lavoro in modo solertissimo per cercare di capire come stavano precisamente le cose laggiù, produssi relazioni dettagliatissime, schemi e grafici. Quando scoprivo (o credevo di scoprire) il remoto disegno che c’era dietro un fenomeno, riproducevo per Figgs il disegno opposto. Così non rischieremo più, dissi ad Anna.

Figgs esaminava con attenzione ed approvava sempre con aria da intenditore, vedo che sta diventando più preciso, bel lavoro ragazzo, eh, eh, si vede che l’aria di quassù le fa bene, eh, eh!

Eravamo entrambi soddisfatti, Figgs per quel minuzioso lavoro che si portava via, ed io, io che riuscivo a gabbarlo davvero (o così credevo) con grande stile, a gabbare lui e tutti quelli che facevano i furbi.

Raccontai ad Anna quanto avevo architettato, ma lei non disse nulla e mi pareva sempre più perplessa e sempre più triste.

Una sera arrivò con un cappottone di panno spesso, con la testa ancora spruzzata di nevischio, le gote rosse per il gran freddo (eravamo ormai in pieno inverno), si sedette e mi guardò con l’aria di chi ha da dire cose importanti..

Io le chiesi che cosa c’era ed Anna mi elencò una serie di rovinosi avvenimenti successi qua e là, anche dopo che io avevo falsato le relazioni.

Io rimasi sbigottito, e dissi che allora era naturale che le cose succedevano indipendentemente dai miei dati, che allora il mondo andava un po’ come gli pareva, e cominciai a ridere, il mondo fa quello che vuole, se ne infischia dei miei dati, ecco la verità che mi pareva di essere sempre lì lì per acciuffare, i disegni del mondo noi non li capiamo, forse, forse c’è qualcuno al di sopra, forse…

Ma Anna obiettò che le cose potevano anche stare in un altro modo, che magari chi esaminava le mie relazioni era talmente esperto ed accorto da leggere la verità fra le righe, o sotto le righe, bastava un solo segno mal fatto, una virgola che traspariva, codici prodottisi per puro caso, chi lo poteva sapere..

A quelle parole rimasi impietrito…Come era possibile? Come era possibile che io consegnassi relazioni sbagliate e qualcuno ne traesse beneficio?

Non può essere, dissi, Anna ti sbagli, Anna, ma cosa vai a pensare, Anna…

Eppure, durante un’altra notte spesa a pensare, dovetti ammettere che Anna poteva anche avere ragione.

Provai allora a consegnare relazioni a casaccio, relazioni inventate, relazioni metà vere e metà false, ma inevitabilmente arrivava Anna a dirmi del mondo che pareva andare a rotoli, manifestando il dubbio che io potessi averne qualche parte.

Spossato ed affranto mi chiedevo quale era la verità.

Il pianeta rotolava a suo piacimento, seguendo linee per noi incomprensibili ed infischiandosene dei nostri pensieri, oppure i miei dati venivano succhiati e decodificati da menti sofisticatissime ed adoperati per gli scopi di pochi?

Dopo averci pensato e ripensato, giunsi alla conclusione che non lo avrei, che non lo avremmo saputo mai.

L’impossibilità di sapere, di capire, era questa l’ultima delle verità?.

Era questo che mi pareva di essere sempre sul punto di afferrare, era questa la grande rivelazione che io mi aspettavo…

Con questi pensieri che non se ne volevano andare, il mio entusiasmo pian piano si spense.

A volte pensavo di essere stato incauto, abbindolato, comprato, comprato con lusinghe e con soldi che lassù non potevo spendere e dei quali, in effetti, ben poco mi importava.

Qualche mattina, qualche mattina più luminosa del solito mi ritornava un bagliore d’ottimismo e mi dicevo che Anna si poteva sbagliare, che forse non era vero, che forse era un abbaglio, ma poi, ma poi ritornava il dubbio e il dubbio mi annientava.

E allora eccomi di nuovo a pensare che salire era stato un errore, che sarebbe meglio se io avessi avuto una vita normale, se fossi stato uno dei tanti le cui traiettorie io stavo spiando, uno che va al bar e magari si sposa, e cominciavo a capire che sarebbe stato difficile, forse impossibile ritornarvi. Anna mi diceva che se solo vi avessi messo piede sarei stato come minimo rapito dai servizi segreti, o forse anche peggio.

Ma non ero realmente più sicuro di nulla, tanto che a volte mi sembrava esatta l’opposta verità…Come potevo pensare che sarei stato più felice laggiù, mi dicevo, a produrre clorofluorocarburi, mangiare pizze a domicilio, litigando col vicino di casa, suonando nel traffico, cercando sempre l’ultimo modello di cellulare, mandando gesti osceni a un mio simile che sta dall’altra parte dello stadio, facendo tutte quelle altre cose che io ho spiato per tutto questo tempo…

L’impossibilità di sapere, l’ultima delle verità.

E allora mi beavo soltanto delle stelle chiare, e non toccavo più un foglio, poiché non potevo sopportare che una mia linea, un mio punto, un mio ghirigoro fossero decodificati da menti aliene.

L’impossibilità di sapere, l’ultima delle verità.

Ma questa sera, nuovamente una sera di tarda primavera, quelle sere tiepide e frizzanti, che sulla terra sono piene di fiori, mentre guardo le stelle chiare, rivedo la prima volta che sono salito quassù. E sento nel cuore la mia felicità di allora nell’essere farfalla, una felicità piena e incondizionata, mai provata prima, nello sbattere le mie braccia-ali, ali davvero, un desiderio forte e chiaro da fare fremere tutto il mio essere, un desiderio al quale avevo aderito senza sapere, senza pensare…

L’impossibilità di sapere, l’ultima delle verità.

E allora, se è impossibile sapere, questa sera di primavera mi dice che non è impossibile fare, e neppure essere.

E mi pare che tutto l’universo pulsante mi chiami, mi inviti ad un gesto deciso, coraggioso, estremo, un gesto che mi sembra l’unico possibile…

L’impossibilità di sapere mi incita a volare, a volare davvero, a muovere le braccia nello spazio illuminato e, prima di farlo, dare un’ultima occhiata alle stelle.

E poi mi getto,mi getto, ora volo, ora volo, ora volo davvero…

Non ala, non angelo, non Pegaso, ma novello Icaro silenzioso, abbagliato da fantasmi di luce.

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