I racconti di Marina Salucci – Dal mio pinnacolo (prima parte)

Ritornano i racconti di Marina Salucci, questa volta in versione lunga e divisa in due parti. Vi presentiamo la prima parte di “Dal mio pinnacolo”

Dal mio pinnacolo il mondo è un insieme di piccoli punti che cambiano colore. Cambiano, si sfocano, sfavillano alla luna o alle prime luci dell’alba, s’imbronciano di grigio quando arrivano le tempeste, a volte scompaiono addirittura nella nebbia caliginosa.

All’inizio era tutto così eccitante! In questo scompigliarsi del mondo sotto di me, tanti erano gli stimoli che io non sapevo che cosa seguire…

Studiavo i disegni delle traiettorie dei podisti, ed ecco, subito dopo, l’incremento del trasporto delle pizze a domicilio, eppoi la percentuale dei nuovi semafori ed i conseguenti ingorghi cittadini, ed ancora in quali zone si condensava l’uso delle creme depilatorie, e le parole ricorrenti nei manifesti elettorali, e gli improperi più alla moda e ancora questo e ancora quello…

Appena cominciavo qualcosa, ecco che qualcos’altro prendeva corpo, corpo forma movimento profumo colore, e tutto saliva attraente fino a me, al mio pinnacolo toccato dal sole, alla mia guglia intarsiata di stelle, ed io, io allora andavo dietro al nuovo e lasciavo il vecchio, ma solo per un po’, soltanto per poco, perché da qualche parte qualcos’altro attraeva il mio entusiasmo, e ciò che era sembrato nuovo diventava irrimediabilmente vecchio.

E allora gli appunti si sovrapponevano agli appunti, gli schizzi agli schizzi, i dati ai dati, e via così, e quando provavo a tirare le fila del quanto, avevo sempre la sensazione che qualcosa di inaudito, di straordinario, si celasse sotto ai miei ghirigori ammucchiati gli uni sugli altri, qualcosa di grosso che ero sempre lì lì per carpire.

Ero stato ingaggiato dal CISS (Centro Internazionale Studi Statistici) tramite un certo dottor Figgs. Mi avevano affidato quell’incarico convinti di aver scelto proprio la persona giusta, dopo lunghe indagini e varie riunioni interne (così mi era stato detto). Mi avevano scelto fra le migliori Università dei migliori Paesi (naturalmente a loro avviso) a mia insaputa, e tutto l’entusiasmo, prima che io salissi là sopra, era solo il loro, perché io non capivo che razza di bisogno ci fosse di osservare il mondo, e per di più in quel modo che loro volevano.

Capire, ribadiva ogni volta Figgs, bisogna capire. Se si vogliono risolvere i problemi dell’umanità bisogna capire dove si sta andando. E’ importante, aggiungeva poi con aria grave, per intervenire, aiutare, correggere. E come si può capire se prima non si sa? Lei vede bene, come la sua prestazione diventa importante…Si tratta del bene dell’umanità. Diceva tutto con enfasi esagerata che anche a me, un po’ sprovveduto per indole, pareva sospetta.

Insomma, quegli scopi umanitari mi lasciavano molto perplesso e non lo nascondevo di certo. In quanto al fatto di riuscire a correggere qualcosa del mondo, mettendo uno in cima ad un pinnacolo, questo mi pareva quasi ridicolo…

Sicuramente sarà possibile, continuava Figgs con metallica imperturbabile voce, basta sapere, basta capire la direzione…E poi aggiungeva: Così solo si può intervenire…

Perché, dicevo, che bisogno c’è, dove si sta andando già lo si vede. Non c’è bisogno di essere aquile per capire, figuriamoci poi di uno spione su nel cielo. A volte mi ribellavo apertamente e dicevo:- Eppoi uno va un po’ dove gli pare.

In effetti, a fare il guardone del mondo con sofisticatissime apparecchiature non ci provavo una gran soddisfazione, mi pareva di infilare il naso negli affari degli altri, nella loro intimità, nel privato dei privati. E per di più senza il loro consenso…

Ma no, ma no, ma no, si scaldava il dottor Figgs, lei confonde i termini, lei allora non ha capito, non è un’intromissione nel privato, a noi non importa dell’individuo, del singolo con le sue beghe personali, no, no,no, noi dobbiamo cogliere i fenomeni nella loro globalità, nelle loro tendenze, noi badiamo all’universale, alle essenze nel loro riproporsi, noi badiamo all’umanità nella sua interezza, a noi del singolo…..

A questo punto Figgs si fermava, cambiava espressione e poi sussurrava più piano, come se facesse una confidenza ad un complice:-A noi del singolo non ce ne importa un fico secco.

E andava avanti con le sue elucubrazioni, parlava e parlava, bastava accennassi ad un dubbio o ad una perplessità, che lui subito si lanciava in oratorie mai stanche, pronto in argomenti ed in eloquenza.

C’era però qualcosa che fermava la dialettica che quasi gli invidiavo. Quando gli chiedevo chi erano i committenti Figgs era in netta difficoltà, rispondeva con frasi fatte e tergiversava.

Ma a chi importava così tanto dei cammini dell’umanità da darmi tutti quei soldi che io non sarei mai riuscito a spendere in una vita sola? Quale strano miracolo aveva portato quel mare di quattrini nelle tasche di fondazioni che di solito campano sulle elargizioni di pochi illuminati?

-Ma il CISS, lo sa anche lei, non è un ente qualsiasi, rispondeva banalmente Figgs. Tante associazioni insieme diventano una forza e possono…

Io allora lo bloccavo e gli obiettavo che per me il CISS non era altro che uno specchio per le allodole e volevo sapere chi c’era dietro in realtà.

-Non esageri, professore, non esageri, il CISS è quello che tira le fila, che coordina i vari enti interessati e svolge gli studi richiesti, una fondazione seria ed importante che…

-E chi sono questi enti? lo incalzavo io.

Allora Figgs sciorinava sigle di associazioni filosofiche, umanitarie, di volontariato, enti per la ricerca sul cancro, associazioni religiose, fondazioni scientifiche, per la tutela delle minoranze, per risanare l’ambiente, per la salute della coppia, per lo studio della vita sessuale delle balene, una lista che mi veniva il mal di testa, e al mio sguardo indagatore e ironico continuava a sciorinare la sua lista che pareva non finisse mai, associazione per i giovani in difficoltà, per la tutela delle lingue neolatine, per la salvaguarda dei marsupiali, per i buoni rapporti sui posti di lavoro, e quando io, offeso nella mia intelligenza, gli dicevo come potevano quegli enti senza sugo riversarmi addosso tutto quel denaro, egli allora iniziava a dire frasi banali, che non capivo quale fosse il bene dell’umanità o cose simili, senza dare risposte, e allora io affondavo e dicevo che uno studioso non è per forza un ingenuo e che capivo bene che dietro non ci potevano essere che multinazionali senza scrupoli, o partiti politici ingordi, o ancora qualcosa di peggio che non volevo neanche pronunciare, o tutte quante le cose insieme, qualcuno che voleva vendere, propinare, abbindolare, comandare quei podisti, baristi, autisti, turnisti, insomma tutti quelli che stavano di sotto.

Come potevo dire cose simili, usciva Figgs adirato assai, che prove avevo, la logica, dicevo io, il buon senso, l’intuizione (ecco, era proprio quest’ultima la verità, l’intuizione, più che la logica o, per carità, il buon senso, era proprio l’intuizione che non mi difettava, era davvero l’intuizione più che un ponderato calcolo che mi faceva sospettare e pensare a dove, a chi, contro chi sarebbero finite le mie osservazioni).

Pressato e tallonato, Figgs diceva che a lui non riguardava chi c’era dietro, ci fosse stato anche il Padreterno (Figgs era indubbiamente ateo) a lui non riguardava. Era un professionista serio e preparato, per questo il CISS l’aveva scelto, e faceva dunque ciò che gli avevano commissionato.

Poi si aggiustava la penna nel taschino del camice bianco e tutto compunto e gongolante aggiungeva che era stato incaricato di cercare il meglio per il progetto ed egli l’aveva fatto. Aveva scelto me oltre che per i miei titoli, per le mie attitudini e le mie esperienze. Mi guardava con aria di attesa, pensando che con l’adulazione io sarei caduto nella rete, ma non fu, non fu per quello…

Queste nostre conversazioni andarono avanti pressocchè simili a se stesse per un lungo tempo, molti mesi direi, ogni volta io aggiungevo obiezioni o richieste e Figgs se la cavava come sempre.

Finchè una sera, ricordo bene, ricordo proprio come se fosse ora, era una sera di tarda primavera, con il sole tiepido e i pollini che andavano per l’aria, con quella luce diversa dall’usuale e qualche rondone che faceva il matto, ebbene quella sera Figgs, dopo avermi osservato per un po’ fessurando gli occhi in uno sguardo volpino, alle mie obiezioni non tirò più fuori le sue solite tiritere, ma si sistemò con grande cura la penna nel taschino del camice, poi se lo tolse e disse:-Venga, venga con me. La porto lassù a vedere.

Io per essere sincero credevo che il nostro fosse ormai un gioco, un tira e molla che sarebbe andato avanti all’infinito, io a dire certe cose e lui certe altre, e mai ci sarebbe stata un’azione concreta, così credevo.

La sorpresa mi bloccò ogni reazione. Non avrei mai creduto che ci fosse un “lassù”, davvero un lassù che già avesse preso corpo e forma, che non ci fosse più solo un’idea, un’idea del CISS o più probabilmente di altri anonimi pericolosi.

Quando pensavo all’idea del “lassù” come reale, subito mi prendevo gioco di me, ne ridevo di gusto, credevo che se ne sarebbe parlato e basta, figuriamoci, un pinnacolo alto alto, tutto di cristallo, con una casa di cristallo in cima, e tutto per spiare il mondo, apparati elettronici, sofisticati aggeggi, tecnici pronti ad intervenire, reti elettroniche al servizio, e fiorini, fiorini a non finire…Pazze idee che non si sarebbero mai realizzate, questo pensavo realmente.

E invece “lassù” esisteva già. E Figgs si era levato il camice bianco proprio per andarci. Ed evidentemente, come capii dall’inflessione delle sue parole, dai suoi gesti sicuri, dalla guida rapida e veloce, persino dai suoi sguardi, Figgs con quel “lassù” aveva già molta, molta familiarità.

Impiegammo un po’ per arrivare. Continuavamo a svoltare per strade della città che

sembravano secondarie, ma io non ci facevo molto caso, se dovessi dire che percorso si fece quel giorno non ne sarei proprio in grado, tanto grande era stata la mia sorpresa. Ricordo soltanto che ad un certo punto ci fermammo davanti ad un palazzo illuminato da metalliche luci color arancione. Figgs mi fece segno di entrare. Io entrai e lui ripetè:- Venga, venga con me, la porto a vedere lassù.

Andai.

Andammo.

Non ricordo bene alcun particolare degli interni della costruzione, tranne il pannello di comando dell’ascensore. Appena lo vidi mi entusiasmai. Era pieno di bottoni e di luci intermittenti, con stelle e pianetini pulsanti, e poi simboli e cifre, disegni e formule.

Figgs era gentilissimo e faceva l’indifferente. Mi fece sbizzarrire a toccare i pulsanti. Dopodichè schiacciò lui quello giusto. Si fa un salto lassù, diceva, ed io ero sempre più sbigottitoo. Poi iniziò a parlare di sport, di programmi televisivi, persino di moda ed addirittura di donne, insomma di tutte quelle banalità di cui parlano le persone normali in normali ascensori ed io mi spaventai. Perche? Ora lo capisco benissimo, ora capisco perché il mio plesso solare mi diceva scappa, scappa fin che sei in tempo. Così mi diceva, ma io non gli diedi ascolto.

Ero spaventato perché noi non eravamo affatto persone normali in normali ascensori ed io percepivo nel nuovo modo di fare di Figgs qualcosa di sinistro.

Non scappai poiché non trovavo un valido perché, sebbene il comportamento di Figgs continuasse ad essere sinistro, io non riuscivo a spiegare, a capire, e mi lasciai trasportare mentre lui continuava, ridacchiando, a chiedere come andava con quella Anna, ed i suoi occhietti erano oltremodo allusivi…

Entrammo in ascensore e salimmo per un tempo che a me sembrò esagerato, impossibile. Non si sentiva nessun rumore, nessun sentore di movimento era percepito dal corpo, solo la voce di Figgs, che continuava a dire idiozie del tipo “pare che le Aquile abbiano buone possibilità di vincere il campionato” oppure “se lei vedesse le tette della segretaria del CISS!” e ad ogni idiozia la mia paura aumentava e ciononostante non riuscivo a fare quello che mi diceva il mio plesso solare, scappa scappa scappa.

Quanto l’umanità sarebbe più felice e più desiderabile, senza nessuna indagine strana, se imparasse che spesso è meglio ascoltare la propria pancia che la propria mente, sebbene la propria pancia non ci spieghi in termini razionali i perché. In fondo, che importanza ha il perchè, l’importante è fare la cosa giusta.

Io l’ho imparato là sopra, naturalmente pagando tutto a caro prezzo e quando penso a quanto sono stato sciocco e incauto, a quanto avventatamente sono andato lassù, intono nenie, lamenti, canzoni, richiami per non so chi, forse solo per me stesso, o forse per le invisibili creature del cielo, che sento danzare qui intorno…

pinnacles-richard-brookes

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